• Chiudete gli occhi e immaginate il cielo blu, respirate profondamente.
     

  • Sentirete il battito del vostro cuore
    che si regolarizza,
    il respiro sarà tranquillo
    e potrete provare un senso di benessere.

  •  Il blu è considerato da sempre il colore della calma e della tranquillità. Questa ragione mi ha portata ad immaginare un posto BLU dove le persone si potessero sentire accolte, rassicurate, sostenute.

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C-BLU

CENTRO MULTIDISCIPLINARE PER LA PROMOZIONE DELLA SALUTE

Chiudete gli occhi e immaginate il cielo blu, respirate profondamente. Sentirete il battito del vostro cuore che si regolarizza, il respiro sarà tranquillo e potrete provare un senso di benessere. Il blu è considerato da sempre il colore della calma e della tranquillità…

Perché C-BLU?

Per diventare un adulto sano e felice è necessario coltivare il benessere sin da piccoli: C-BlU è il primo centro multidisciplinare con sede a Torino e Bari orientato al benessere e alla promozione della salute di tutta la famiglia: ci prenderemo cura di te con l’ausilio della professionalità di una équipe altamente qualificata composta da psicologi, psicoterapeuti, logopedisti, nutrizionisti, educatori, neuropsichiatri e psicomotricisti. I professionisti di C-BLU lavorano in sintonia per ideare percorsi personalizzati per la ricerca del tuo equilibrio psicofisico, della tua famiglia e lo sviluppo armonico dei tuoi bambini.
Da C-BLU ti sentirai accolto, rassicurato, sostenuto. Scopri di più…

Brutta scrittura: pigrizia o disgrafia?

1 ottobre 2017
Nell’ambito dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, la disgrafia appare come il meno conosciuto, anche se è particolarmente evidente anche a chi non conosce i DSA. Per definizione, la disgrafia è un disturbo specifico della scrittura nella riproduzione di segni alfabetici e numerici: si tratta per cui di una brutta scrittura, che si esplicita sia in italiano che in matematica. La disgrafia può essere associata ad altri disturbi dell’apprendimento, così come può essere l’unico presente in un bambino senza altre difficoltà; l’aspetto peculiare di questa problematica è che, a differenza degli altri disturbi specifici, ha una componente motoria molto importante. La scrittura, infatti, è una prassia, ovvero un azione su un oggetto, che necessita di tantissimi prerequisiti legati ad aspetti motori, oltre a quelli linguistici e cognitivi. Tra questi ci sono: Competenza posturale: per scrivere in maniera adeguata devo riuscire a mantenere una postura a lungo, senza che mi provochi fastidio o dolore. Motricità fine: per compiere un gesto così piccolo e preciso con uno strumento devo essere in grado di gestire i movimenti della mano. Oculomotricità e coordinazione occhio-mano: i miei occhi devono essere in grado di muoversi bene e al passo con la mia mano. Lateralità e organizzazione spaziale: la gestione dello spazio-foglio richiede che io sia in grado di trovare i punti di riferimento all’interno di esso. Organizzazione temporale: come in tutte le prassie complesse c’è una sequenza di azioni da portare a termine per avere un risultato; la scrittura, inoltre, è caratterizzato da un ritmo, che deve essere il più possibile regolare. Un ritardo nello sviluppo di queste competenze comporta una difficoltà nella scrittura. Non dimentichiamoci, infatti, che i bambini prima di parlare si muovono: l’apprendimento delle sequenze, delle leggi della fisica che regolano lo spazio e il tempo, avvengono tramite il movimento, ed è solo dopo che a questi concetti viene dato un nome e vengono organizzati nelle strutture cognitive. Un gesto grafomotorio non ben organizzato può quindi compromettere le abilità di scrittura di un bambino senza altre difficoltà. Molto rilevante nella disgrafia è la possibilità che sia derivata da un disturbo più generale della coordinazione, che va a rendere deficitario anche l’atto grafomotorio. Va inoltre tenuto in considerazione che la disgrafia, essendo un problema motorio, ha ripercussioni non solo sulla scrittura, ma anche nel disegno, nella geometria, nel calcolo in colonna, soprattutto se associato a difficoltà visuo-spaziali, frequenti nei bambini con difficoltà di apprendimento. Come si individua un bambino disgrafico? Ecco i campanelli d’allarme: Brutta scrittura, faticosa da leggere (in particolare in corsivo), con scarso rispetto delle righe e dei margini. Presenza di dolore durante la scrittura, dato dalla postura, da una brutta impugnatura e/o da una regolazione tonica non adeguata: quando un bambino ha male c’è sicuramente qualcosa da correggere. Una scrittura molto bella ma lenta. Quello che manca al bambino disgrafico è l’automatizzazione del gesto grafomotorio: scrivere bene comporta enorme impegno e fatica, per cui risulta lento, e quando è ormai stanco la scrittura peggiorerà. In generale l’affaticabilità è un problema importante: per compensare

Il conflitto nella relazione di coppia

30 agosto 2017
Ero così tanto incavolata che me ne sono andata sbattendo la porta… Non capisce mai quello che intendo dire…. Vuole avere sempre ragione lei… E’ sempre lui ad attaccare briga a me non va di litigare….. Ha sempre da ridire su ogni cosa……. A chi non è capitato, almeno una volta, di litigare con il proprio partner e di essersi sentito non compreso, non ascoltato, non riconosciuto? Le relazioni di coppia rappresentano un baricentro importante della vita affettiva delle persone e quando non funzionano comportano effetti negativi sulla salute e sul benessere del singolo e della coppia. Numerose ricerche infatti dimostrano che una relazione di coppia disfunzionale è un fattore di rischio per la salute. Solitamente si pensa che una coppia funziona quando non litiga, quando tra i partner c’è accordo. In realtà una relazione apparentemente priva di conflitti può essere più malsana di una con conflitti frequenti ma la questione non è, tanto “Litigare sì o Litigare no”, quanto imparare a stare nel conflitto e a trasformarlo in occasione di conoscenza di se stessi e dell’altro. Nella mia esperienza professionale rintraccio sempre più una difficoltà ad affrontare un conflitto e una maggiore facilità a ignorarlo o evitarlo. Ciò accade perché si è spaventati dal malessere e dalla sofferenza che un conflitto può provocare e anche perché in situazioni conflittuali non sappiamo cosa fare, come affrontarle, come gestirle. Un conflitto ignorato e/o evitato non si risolve da solo, anzi se non viene affrontato è probabile che si ripresenti in modo ancora più acceso, creando ulteriori difficoltà relazionali. Affrontare un conflitto diventa quindi una competenza fondamentale per leggere meglio se stessi, per osservare quelle parti di sé che non si conoscono e per instaurare relazioni sane. Tale competenza può essere sviluppata. Vediamo in che modo. Innanzitutto è opportuno aumentare la consapevolezza di cosa è il conflitto. Ognuno di noi possiede una rappresentazione mentale del litigio e questa influenza fortemente la modalità di porsi nel conflitto. Tale rappresentazione è legata in parte, alla propria storia personale cioè a come da piccoli abbiamo sperimentato le situazioni conflittuali, in parte alla cultura in cui siamo inseriti dove il termine conflitto evoca concetti e immagini sgradevoli e rimanda principalmente allo scontro, al contendere, all’aggressività, alla violenza. Veniamo inoltre educati a non litigare e da adulti sviluppiamo l’idea che “o si ha ragione o si ha torto” e di conseguenza che “o si vince o si perde”.  In realtà il conflitto è una componente fisiologica delle relazioni umane, esso ne fa parte per il semplice fatto che viviamo continuamente a contatto con gli altri e la vicinanza fisica e l’interdipendenza sono fattori che possono favorire l’insorgere di conflitti. Infatti, le differenze di interessi, bisogni, valori danno luogo ad un problema a cui si associa un disagio emotivo. Il conflitto è quindi costituito principalmente da due componenti: il problema e il disagio emotivo. Quando un conflitto nasce, spesso su un oggetto esterno alla relazione (problema), porta con sé una parte emotiva per lo più inconsapevole, a volte

Tu chiamale se vuoi emozioni

22 luglio 2017
Sono solo emozioni?   Ho fatto un patto sai con le mie emozioni, le lascio vivere e loro non mi fanno fuori” Vasco Rossi     Quando penso alle emozioni mi viene in mente la tavolozza di un pittore e immagino che gioia, rabbia, tristezza, paura siano i colori con cui dipingere la nostra esistenza. Credo, infatti, che come un pittore sceglie i colori per dipingere il proprio quadro, così possiamo riconoscere ed esprimere le nostre emozioni e rendere la vita sana e gioiosa. Le emozioni dette anche affetti, sentimenti, vissuti hanno un ruolo centrale nella nostra vita: influenzano la percezione che abbiamo di noi stessi, i rapporti che instauriamo con gli altri e il nostro stato di salute. Si tratta di un fenomeno multi componenziale e adattivo che coinvolge diversi livelli di funzionamento (neurologico, psicologico, cognitivo e motivazionale). Nel mio lavoro sempre più persone hanno difficoltà a gestire le emozioni, cioè a riconoscerle ed esprimerle. “Se un’emozione ti cambia anche il nome tu dalle ragione” dice il verso di una canzone di P. Turci proprio a sottolineare come lo stato emotivo che sentiamo influenza fortemente il modo di percepire noi stessi nel corso della vita. Tale percezione non è isolata ma è strettamente legata al contesto in cui ci troviamo. Quando proviamo una emozione gli altri infatti sono presenti sia fisicamente che come rappresentazione mentale e hanno un ruolo rilevante. Sentirci felici piuttosto che arrabbiati o tristi può essere influenzato dai rapporti che stiamo attualmente vivendo o che abbiamo vissuto in passato e può influenzare il nostro rapporto di vicinanza-lontananza dagli altri. Basti pensare che “la felicità predispone all’espressione di affetto, l’amore sollecita la vicinanza fisica e mentale con il partner, la tristezza attiva la ricerca d’aiuto, la rabbia e la paura spingono ad allontanarsi dall’altro” (Pennella 2015). Attualmente inoltre l’emotività è ancora vissuta come sinonimo di debolezza e di fragilità. La nostra società mitizza l’espressione delle emozioni a fronte di una valorizzazione della razionalità. Ognuno di noi ha la capacità di gestire i propri stati emotivi ma spesso agiamo in modo inconsapevole, non utilizziamo le strategie più appropriate e lasciamo alla parte emotiva il timone della nostra vita. Numerose ricerche hanno dimostrato una correlazione tra l’incapacità a gestire le emozioni e il nostro stato di salute (pensiamo ai numerosi disturbi psicosomatici o ai disturbi cardiovascolari). La gestione emotiva è la capacità di riconoscere, denominare e governare le proprie emozioni nella relazione con gli altri. Per imparare a gestire un’emozione dobbiamo innanzitutto acquisire la capacità di riconoscere i segnali che arrivano dal nostro corpo. Le emozioni infatti hanno una base fisiologica che coinvolge il sistema nervoso centrale, autonomo e endocrino. Pensiamo ad esempio alla paura: quando avvertiamo un pericolo, il sangue fluisce verso i muscoli delle gambe, mentre il volto è meno irrorato e diventa pallido, ciò consente di fuggire e quindi di proteggerci dal pericolo. Il corpo è quindi un buon alleato per riconoscere le emozioni; più siamo consapevoli dei segnali corporei maggiore sarà la comprensione di quello

Quando le emozioni diventano cibo

21 luglio 2017
Quando le emozioni diventano cibo  Come riconoscere la fame emotiva La fame emotiva (Emozional Eating), detta anche più comunemente fame nervosa, è uno dei principali fattori del fallimento di una dieta. Essa si riscontra sia in persone in sovrappeso che in persone normopeso. Nelle prime diventa un ostacolo al raggiungimento del peso desiderato spingendo, il più delle volte, all’abbandono della dieta. Nelle seconde può intervenire comportando il salto dei pasti o la loro riduzione, modalità disfunzionali sia per il mantenimento del peso corporeo che per la tutela della propria salute psico-fisica. In entrambi i casi l’utilizzo del cibo è legato alle emozioni che si provano inconsapevolmente, che non si riesce ad esprimere e per questo vengono “ingurgitate”. Diversi studi dimostrano che in queste persone sono presenti problemi di bassa tolleranza alle emozioni, difficoltà a riconoscere e gestire in modo adeguato alcuni stati emotivi (es. la rabbia), una scarsa autostima e una scarsa percezione del proprio corpo. Tra le persone che mangiano in modo emotivo si riscontrano quelle consapevoli ma che non riescono a cambiare la loro modalità di gestire le emozioni e quelle non consapevoli che attribuiscono la difficoltà di alimentarsi in modo corretto a fattori esterni più che a se stessi e alla loro capacità di gestire le emozioni.   Ma cos’ è la fame emotiva? La fame emotiva, così come viene descritta da alcuni pazienti, è “quella morsa che arriva allo stomaco, quel buco nero che si apre all’improvviso, quella voglia smisurata che si avverte nella bocca, nella gola” che spinge inconsapevolmente verso il frigorifero, le dispense o addirittura ad andare al supermercato, per soddisfare il bisogno impellente di cibo. Diversamente dalla fame fisica, che sopraggiunge quando l’organismo ha esaurito i nutrienti e le energie necessarie per vivere, quella emotiva arriva all’improvviso spingendo a consumare, a volte anche in modo vorace, il pacco di biscotti, il barattolo di nutella, la vaschetta di gelato, deve essere soddisfatta nell’immediato e non è accompagnata da un senso di sazietà. Infatti anche dopo aver raggiunto un senso di pienezza fisica la fame emotiva non viene percepita come soddisfatta e per di più alimenta sentimenti di colpa e vergogna. Insomma essa avviene sull’onda delle emozioni e non per la soddisfazione di un bisogno fisiologico. In queste situazioni il nostro organismo diventa un contenitore da riempire e la sensazione è che non si riesce a riempirlo completamente e a sentirsi appagati e/o soddisfatti. Il cibo diventa una forma di comfort che consola, conforta, che ricorda momenti del passato e aiuta momentaneamente a gestire situazioni difficili. Perché sopraggiunge? La molla della fame emotiva scatta in modo inconsapevole sia per banali seccature quotidiane sia per stati di ansia dettati da fattori diversi preoccupazioni, insoddisfazioni, solitudine, inadeguatezza, noia, rabbia, tristezza. Spesso capita di aver avuto un litigio con il partner o una frustrazione a lavoro o semplicemente si è in un momento di forte stress che impedisce di cogliere esattamente quello che accade e cosa si prova e ciò viene modulato attraverso il cibo. Inoltre il mangiare

Mio figlio è sempre in movimento! L’importanza dei giochi motori

14 maggio 2015
“Mio figlio è sempre in movimento! Anche se facciamo una passeggiata lo vedi salire su un muretto e poi di colpo saltar giù, raggiungere di corsa una panchina, camminare all’indietro, saltellare”. La parole che avete appena letto, sicuramente, se siete genitori, vi sembreranno familiari se non addirittura proprio le vostre! Più volte ci si lamenta della vivacità dei propri figli e spesso la si confonde anche con problematiche dello sviluppo come l’iperattività. Perciò è utile, per il genitore, conoscere quali sono i comportamenti e le modalità di gioco dei bambini che rientrano in un profilo di normalità. Fin dai primi mesi di vita i bambini fanno giochi di movimento associati a esperienze cognitive e sociali oltre che meramente fisiche: osservano, toccano, esplorano, si costruiscono mappe mentali di riferimento che li aiutano a riconoscere gli spazi in cui vivono, a progettare azioni per raggiungere degli oggetti desiderati, operano un transfert da una competenza motoria ad un’altra. Inoltre imparano ad esprimersi, a comunicare e a posizionarsi nel mondo dei coetanei. Come i giochi simbolici (ad esempio: “giocare a fare la maestra”) anche i giochi motori hanno un ruolo importante nel preparare il bambino ad entrare nel contesto sociale e ne influenzano la sua identità. Nel momento in cui i bambini giocano insieme in modo spontaneo e non strutturato da un adulto, cercano di mostrare all’altro la propria identità attraverso la propria postura, movimenti, gesti. Questa “identità del corpo” può essere confermata dal gruppo dei pari oppure può essere messa in crisi. Impegnato a costruire l’immagine di sè il bambino ben presto comprende l’importanza che ha il mostrarsi agli altri in un certo modo, attraverso movimenti, gesti e abilità. Per questa ragione i bambini si divertono a fare giochi che si basano sull’alterazione di una qualche forma di equilibrio: si pensi alla giostra, ai salti, agli spintono, agli sgambetti. In tutte queste attività c’è senz’altro il piacere del movimento per il movimento ma c’è anche l’esigenza di posizionarsi rispetto ai compagni mostrando di padroneggiare una serie di abilità motorie. In questa categoria di giochi rientrano anche quelli un pò più turbolenti in cui i bambini si inseguono, lottano o si colpiscono. Questi giochi possono essere considerati manifestazioni di aggressività ma in realtà sono solo imitazioni di comportamenti aggressivi. I bambini, infatti, usano espressioni come “giochiamo alla lotta” o “facciamo finta…” con cui rivelano la loro intenzione di divertirsi e non di far del male all’altro. Grazie a questi giochi i bambini sperimentano la propria forza e capiscono fin dove ci si può spingere senza creare danno ne a sè stessi e nè agli altri. il gioco con il gruppo dei pari insegna al bambino la reciprocità, la sollecitudine, la cooperazione e, inoltre, lo aiuta ad assumersi la responsabilità dei propri comportamenti. Per queste ragioni è giusto considerare che un bambino che si muove vivacemente, esplora l’ambiente, sperimenta il proprio corpo nello spazio è un bambino che attraverso il gioco impara a vivere.