• Chiudete gli occhi e immaginate il cielo blu, respirate profondamente.
     

  • Sentirete il battito del vostro cuore
    che si regolarizza,
    il respiro sarà tranquillo
    e potrete provare un senso di benessere.

  •  Il blu è considerato da sempre il colore della calma e della tranquillità. Questa ragione mi ha portata ad immaginare un posto BLU dove le persone si potessero sentire accolte, rassicurate, sostenute.

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C-BLU

CENTRO MULTIDISCIPLINARE PER LA PROMOZIONE DELLA SALUTE

Chiudete gli occhi e immaginate il cielo blu, respirate profondamente. Sentirete il battito del vostro cuore che si regolarizza, il respiro sarà tranquillo e potrete provare un senso di benessere. Il blu è considerato da sempre il colore della calma e della tranquillità…

Perché C-BLU?

Per diventare un adulto sano e felice è necessario coltivare il benessere sin da piccoli: C-BlU è il primo centro multidisciplinare con sede a Torino e Bari orientato al benessere e alla promozione della salute di tutta la famiglia: ci prenderemo cura di te con l’ausilio della professionalità di una équipe altamente qualificata composta da psicologi, psicoterapeuti, logopedisti, nutrizionisti, educatori, neuropsichiatri e psicomotricisti. I professionisti di C-BLU lavorano in sintonia per ideare percorsi personalizzati per la ricerca del tuo equilibrio psicofisico, della tua famiglia e lo sviluppo armonico dei tuoi bambini.
Da C-BLU ti sentirai accolto, rassicurato, sostenuto. Scopri di più…

Tu chiamale se vuoi emozioni

22 luglio 2017
Sono solo emozioni?   Ho fatto un patto sai con le mie emozioni, le lascio vivere e loro non mi fanno fuori” Vasco Rossi     Quando penso alle emozioni mi viene in mente la tavolozza di un pittore e immagino che gioia, rabbia, tristezza, paura siano i colori con cui dipingere la nostra esistenza. Credo, infatti, che come un pittore sceglie i colori per dipingere il proprio quadro, così possiamo riconoscere ed esprimere le nostre emozioni e rendere la vita sana e gioiosa. Le emozioni dette anche affetti, sentimenti, vissuti hanno un ruolo centrale nella nostra vita: influenzano la percezione che abbiamo di noi stessi, i rapporti che instauriamo con gli altri e il nostro stato di salute. Si tratta di un fenomeno multi componenziale e adattivo che coinvolge diversi livelli di funzionamento (neurologico, psicologico, cognitivo e motivazionale). Nel mio lavoro sempre più persone hanno difficoltà a gestire le emozioni, cioè a riconoscerle ed esprimerle. “Se un’emozione ti cambia anche il nome tu dalle ragione” dice il verso di una canzone di P. Turci proprio a sottolineare come lo stato emotivo che sentiamo influenza fortemente il modo di percepire noi stessi nel corso della vita. Tale percezione non è isolata ma è strettamente legata al contesto in cui ci troviamo. Quando proviamo una emozione gli altri infatti sono presenti sia fisicamente che come rappresentazione mentale e hanno un ruolo rilevante. Sentirci felici piuttosto che arrabbiati o tristi può essere influenzato dai rapporti che stiamo attualmente vivendo o che abbiamo vissuto in passato e può influenzare il nostro rapporto di vicinanza-lontananza dagli altri. Basti pensare che “la felicità predispone all’espressione di affetto, l’amore sollecita la vicinanza fisica e mentale con il partner, la tristezza attiva la ricerca d’aiuto, la rabbia e la paura spingono ad allontanarsi dall’altro” (Pennella 2015). Attualmente inoltre l’emotività è ancora vissuta come sinonimo di debolezza e di fragilità. La nostra società mitizza l’espressione delle emozioni a fronte di una valorizzazione della razionalità. Ognuno di noi ha la capacità di gestire i propri stati emotivi ma spesso agiamo in modo inconsapevole, non utilizziamo le strategie più appropriate e lasciamo alla parte emotiva il timone della nostra vita. Numerose ricerche hanno dimostrato una correlazione tra l’incapacità a gestire le emozioni e il nostro stato di salute (pensiamo ai numerosi disturbi psicosomatici o ai disturbi cardiovascolari). La gestione emotiva è la capacità di riconoscere, denominare e governare le proprie emozioni nella relazione con gli altri. Per imparare a gestire un’emozione dobbiamo innanzitutto acquisire la capacità di riconoscere i segnali che arrivano dal nostro corpo. Le emozioni infatti hanno una base fisiologica che coinvolge il sistema nervoso centrale, autonomo e endocrino. Pensiamo ad esempio alla paura: quando avvertiamo un pericolo, il sangue fluisce verso i muscoli delle gambe, mentre il volto è meno irrorato e diventa pallido, ciò consente di fuggire e quindi di proteggerci dal pericolo. Il corpo è quindi un buon alleato per riconoscere le emozioni; più siamo consapevoli dei segnali corporei maggiore sarà la comprensione di quello

Quando le emozioni diventano cibo

21 luglio 2017
Quando le emozioni diventano cibo  Come riconoscere la fame emotiva La fame emotiva (Emozional Eating), detta anche più comunemente fame nervosa, è uno dei principali fattori del fallimento di una dieta. Essa si riscontra sia in persone in sovrappeso che in persone normopeso. Nelle prime diventa un ostacolo al raggiungimento del peso desiderato spingendo, il più delle volte, all’abbandono della dieta. Nelle seconde può intervenire comportando il salto dei pasti o la loro riduzione, modalità disfunzionali sia per il mantenimento del peso corporeo che per la tutela della propria salute psico-fisica. In entrambi i casi l’utilizzo del cibo è legato alle emozioni che si provano inconsapevolmente, che non si riesce ad esprimere e per questo vengono “ingurgitate”. Diversi studi dimostrano che in queste persone sono presenti problemi di bassa tolleranza alle emozioni, difficoltà a riconoscere e gestire in modo adeguato alcuni stati emotivi (es. la rabbia), una scarsa autostima e una scarsa percezione del proprio corpo. Tra le persone che mangiano in modo emotivo si riscontrano quelle consapevoli ma che non riescono a cambiare la loro modalità di gestire le emozioni e quelle non consapevoli che attribuiscono la difficoltà di alimentarsi in modo corretto a fattori esterni più che a se stessi e alla loro capacità di gestire le emozioni.   Ma cos’ è la fame emotiva? La fame emotiva, così come viene descritta da alcuni pazienti, è “quella morsa che arriva allo stomaco, quel buco nero che si apre all’improvviso, quella voglia smisurata che si avverte nella bocca, nella gola” che spinge inconsapevolmente verso il frigorifero, le dispense o addirittura ad andare al supermercato, per soddisfare il bisogno impellente di cibo. Diversamente dalla fame fisica, che sopraggiunge quando l’organismo ha esaurito i nutrienti e le energie necessarie per vivere, quella emotiva arriva all’improvviso spingendo a consumare, a volte anche in modo vorace, il pacco di biscotti, il barattolo di nutella, la vaschetta di gelato, deve essere soddisfatta nell’immediato e non è accompagnata da un senso di sazietà. Infatti anche dopo aver raggiunto un senso di pienezza fisica la fame emotiva non viene percepita come soddisfatta e per di più alimenta sentimenti di colpa e vergogna. Insomma essa avviene sull’onda delle emozioni e non per la soddisfazione di un bisogno fisiologico. In queste situazioni il nostro organismo diventa un contenitore da riempire e la sensazione è che non si riesce a riempirlo completamente e a sentirsi appagati e/o soddisfatti. Il cibo diventa una forma di comfort che consola, conforta, che ricorda momenti del passato e aiuta momentaneamente a gestire situazioni difficili. Perché sopraggiunge? La molla della fame emotiva scatta in modo inconsapevole sia per banali seccature quotidiane sia per stati di ansia dettati da fattori diversi preoccupazioni, insoddisfazioni, solitudine, inadeguatezza, noia, rabbia, tristezza. Spesso capita di aver avuto un litigio con il partner o una frustrazione a lavoro o semplicemente si è in un momento di forte stress che impedisce di cogliere esattamente quello che accade e cosa si prova e ciò viene modulato attraverso il cibo. Inoltre il mangiare

Mio figlio è sempre in movimento! L’importanza dei giochi motori

14 maggio 2015
“Mio figlio è sempre in movimento! Anche se facciamo una passeggiata lo vedi salire su un muretto e poi di colpo saltar giù, raggiungere di corsa una panchina, camminare all’indietro, saltellare”. La parole che avete appena letto, sicuramente, se siete genitori, vi sembreranno familiari se non addirittura proprio le vostre! Più volte ci si lamenta della vivacità dei propri figli e spesso la si confonde anche con problematiche dello sviluppo come l’iperattività. Perciò è utile, per il genitore, conoscere quali sono i comportamenti e le modalità di gioco dei bambini che rientrano in un profilo di normalità. Fin dai primi mesi di vita i bambini fanno giochi di movimento associati a esperienze cognitive e sociali oltre che meramente fisiche: osservano, toccano, esplorano, si costruiscono mappe mentali di riferimento che li aiutano a riconoscere gli spazi in cui vivono, a progettare azioni per raggiungere degli oggetti desiderati, operano un transfert da una competenza motoria ad un’altra. Inoltre imparano ad esprimersi, a comunicare e a posizionarsi nel mondo dei coetanei. Come i giochi simbolici (ad esempio: “giocare a fare la maestra”) anche i giochi motori hanno un ruolo importante nel preparare il bambino ad entrare nel contesto sociale e ne influenzano la sua identità. Nel momento in cui i bambini giocano insieme in modo spontaneo e non strutturato da un adulto, cercano di mostrare all’altro la propria identità attraverso la propria postura, movimenti, gesti. Questa “identità del corpo” può essere confermata dal gruppo dei pari oppure può essere messa in crisi. Impegnato a costruire l’immagine di sè il bambino ben presto comprende l’importanza che ha il mostrarsi agli altri in un certo modo, attraverso movimenti, gesti e abilità. Per questa ragione i bambini si divertono a fare giochi che si basano sull’alterazione di una qualche forma di equilibrio: si pensi alla giostra, ai salti, agli spintono, agli sgambetti. In tutte queste attività c’è senz’altro il piacere del movimento per il movimento ma c’è anche l’esigenza di posizionarsi rispetto ai compagni mostrando di padroneggiare una serie di abilità motorie. In questa categoria di giochi rientrano anche quelli un pò più turbolenti in cui i bambini si inseguono, lottano o si colpiscono. Questi giochi possono essere considerati manifestazioni di aggressività ma in realtà sono solo imitazioni di comportamenti aggressivi. I bambini, infatti, usano espressioni come “giochiamo alla lotta” o “facciamo finta…” con cui rivelano la loro intenzione di divertirsi e non di far del male all’altro. Grazie a questi giochi i bambini sperimentano la propria forza e capiscono fin dove ci si può spingere senza creare danno ne a sè stessi e nè agli altri. il gioco con il gruppo dei pari insegna al bambino la reciprocità, la sollecitudine, la cooperazione e, inoltre, lo aiuta ad assumersi la responsabilità dei propri comportamenti. Per queste ragioni è giusto considerare che un bambino che si muove vivacemente, esplora l’ambiente, sperimenta il proprio corpo nello spazio è un bambino che attraverso il gioco impara a vivere.

Bambini sedentari….quale alimentazione?

14 maggio 2015
I bambini sedentari sono spesso svogliati, si annoiano praticamente subito e rimangono per ore davanti la TV, a giocare con i videogames, o sotto l’ombrellone a leggere o a guardare le immagini di giornalini e libri, ascoltano la musica ecc. Rinunciano a qualsiasi cosa si proponga loro, proprio per abitudine a non far niente, in questo modo hanno una scarsa competenza nell’uso del corpo, e solitamente crescono di più sotto il profilo intellettuale. A volte questo fenomeno di sedentarietà è solo uno schema che seguono per imitazione della famiglia, nel senso che magari nell’ambiente in cui il bambino vive si è abituati a muoversi poco, a stare tanto davanti alla tv con popcorn e bibite, pochi giri all’aperto e rarissime passeggiate. Ma come bisogna aiutare questi bambini pigri? Occorre che i genitori si adeguino ai loro ritmi, rispettando i loro tempi e mostrando interesse per quello che fanno, occorre far capire che ci si può divertire in movimento. Nei bambini sedentari è opportuno correggere anche abitudini alimentari scorrette, ridurre l’apporto proteico, dei grassi, e dei carboidrati, evitare l’uso di bevande zuccherine, snack dolci e salati, incrementare l’apporto di frutta, verdura e cereali. La correzione di queste abitudini potrà far si che il bambino non aumenti di peso in futuro fino a diventare obeso con conseguenze che se non curate diventeranno gravi nel tempo.

Cosa far mangiare ad un bimbo sportivo?

14 maggio 2015
Una attenzione particolare deve essere dedicata alla alimentazione del bambino che pratica sport regolarmente negli anni dell’infanzia cioè in quegli anni di massima crescita. In Italia la cultura della attività fisica è molto sentita e i bambini intorno ai 5-6 anni di età cominciano una attività motoria strutturata che va a sostituire quella libera sino ad allora condotta. Gli sport che attualmente sono più praticati dai bambini sono il calcio per i maschi, il nuoto per entrambi i sessi, e la pallavolo e la danza per le femmine. Lo sport del calcio, come quello del nuoto, quando sostenuti da una forte motivazione, molto presto diventano impegnativi con allenamenti settimanali e la gara la domenica o veri e propri campionati invernali. Il bambino che pratica assiduamente sport necessita di una dieta molto attenta, sempre bilanciata e completa di tutti gli alimenti. In primo luogo l’apporto proteico deve essere aumentato mediante carni, latte, uova, e legumi, insieme a dosi cospicue di frutta e verdure. Con un aumento dei carboidrati complessi otterremo infine un aumento delle calorie totali fino a 500 Kg/cal/die in più. Prima dell’allenamento è necessaria una merenda dolce di facile assimilazione e capace di dare energia per lo sforzo fisico. L’integrazione poi dei sali minerali persi con il sudore è molto raccomandata dopo lo sforzo fisico mediante l’assunzione di bevande saline. Diversa sono le prescrizioni dietologiche per le femmine che praticano sport non agonistici. Le attività motorie come la danza e la pallavolo sono sport più “leggeri” e se non praticati a livelli agonistici non necessitano di una alimentazione maggiorata nè di un aumento apporto calorico. Le femmine in linea di massima non tendono ad accrescere la loro struttura muscolare come invece accade ai maschi sportivi, per cui lo sport per il sesso femminile così praticato servirà a contenere la tendenza ai depositi di adipe (tendenza già presente nelle bambine sin da piccole) e ad una crescita muscolo-scheletrica ottimale. La distribuzione dei pasti e degli alimenti devono variare anche in base all’orario dell’allenamento, della gara. Se gli allenamenti sono nel primo pomeriggio sarà opportuno ridurre la quota calorica del pranzo al 25%, aumentando quella della colazione (20-25%) e degli spuntini (10-15%). Per chi effettua gli allenamenti nel tardo pomeriggio o nelle ore serali si consiglia di aumentare la quota calorica la prima colazione (20-25%) e di ridurre quella della cena (25-30%). La prima colazione dovrebbe prevedere latte o yogurt, con cereali o fette biscottate o pane o biscotti e frutta o spremuta di frutta o marmellata. Si raccomanda di non esagerare nel consumo di cibi troppo ricchi di calorie, lipidi e zuccheri ad alto indice glicemico. Nel giorno della gara Regola del 3: l’ultimo pasto completo dovrebbe essere consumato 3 ore prima della gara ed essere leggero, digeribile e fornire l’energia necessaria alla competizione. La digeribilità dei cibi è influenzata da diversi fattori quali: masticazione, natura dei cibi, presenza e quantità dei succhi digestivi, temperatura degli alimenti. Se la competizione supera le due ore di durata è previsto uno spuntino