Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

News dal Centro BLU

Il lutto come esperienza trasformativa

15 ottobre 2018
                                Il lutto come esperienza trasformativa                                Affrontare e Trasformare   La morte come la nascita fa parte della vita  Camminare consiste sia nell’alzare il piede sia nel posarlo. Tagore Uccelli migranti Il lutto è un’esperienza che appartiene all’esistenza e che l’essere umano è obbligato a vivere nell’arco della vita. Sin dalla nascita si incontrano innumerevoli separazioni (si pensi…al momento del parto, al passaggio dall’infanzia all’adolescenza, alla fine di un corso di studi, al divorzio, al pensionamento, o ancora alla perdita di una persona cara), alle quali è legato un sentimento doloroso che connotiamo come lutto. “Il lutto è uno stato psicologico conseguente alla perdita di un oggetto significativo, che ha fatto parte integrante dell’esistenza” (Galimberti). Di seguito mi soffermerò sul lutto collegato alla perdita di una persona cara e alla sua elaborazione. Come esseri umani si è spinti inconsciamente a ritenere di essere immortali, la morte è intollerabile per l’inconscio e quindi si è portati a rinnegarla. Si vive  senza pensare che “la morte appartiene alla vita e la vita appartiene alla morte”[1]. Ne riscopriamo la presenza solo quando siamo costretti a confrontarci con la perdita di chi amiamo, un’esperienza devastante e dolorosa sia emotivamente che fisicamente. Dal punto di vista psicologico quando si subisce un lutto mi riferisco alla perdita di una persona cara (sottolineo la parola subire in quanto si tratta di una situazione, che non si può scegliere, e che accade al di là della nostra volontà) si manifestano una serie di reazioni emotive, cognitive, fisiche e comportamentali. Dal punto di vista emotivo e cognitivo si sperimentano sentimenti di tristezza, rabbia, ansia e sensi di colpa che possono unirsi a pensieri ricorrenti verso la persona perduta. Dal punto di vista comportamentale può attivarsi un ritiro sociale, ci si chiude in sé alla ricerca della persona scomparsa. Fisicamente si può manifestare perdita di appetito, disturbi del sonno e vari disturbi al sistema gastrointestinale, cardiocircolatorio e respiratorio. Questi aspetti sono fisiologicamente elaborati con il passare del tempo attraverso un processo di naturale elaborazione del lutto. Tale processo consiste in una serie di fasi che possono evolversi sia in modo lineare ma anche in modo alternato, ciò che è importante è attraversarle. “Una ferita si chiude e dentro non si vede”, canta E. Meta, ma “il come” questa ferita si chiude è fondamentale per la salute. Generalmente vengono individuate cinque fasi per elaborare un lutto:   Fase della negazione o del rifiuto caratterizzata dal rifiuto per la perdita. L’individuo non accetta di aver perduto la persona amata e manifesta un reazione di protesta. Ci si chiede: Ma è sicuro che non c’è più? Fase della rabbia caratterizzata da emozioni forti come rabbia e paura che possono essere dirette verso sé o verso altri. Si ricerca un oggetto responsabile della perdita. In questa fase può attivarsi il rifiuto, la chiusura e il ritiro in

Giornata Nazionale della Psicologia 2018

21 settembre 2018
  Il 10 ottobre 2018 si svolge la giornata nazionale della psicologia organizzata dall’Ordine Nazionale degli Psicologi con il patrocinio del Ministero della Salute. Il tema di questa terza edizione è “Ascoltarsi e Ascoltare: la persona al centro della propria vita” e nasce con l’obiettivo di promuovere le forme e le possibilità di ascolto come strumento per lo sviluppo personale e sociale e per il cambiamento positivo. “Studi Aperti” è l’iniziativa promossa dall’ordine e consiste in incontri di informazione e consulenze gratuite aperti a tutti.                                           Centro Blu partecipa a questa iniziativa Impegnati da tempo nella promozione della salute delle persone e dei contesti in cui vivono, come centro di promozione della salute, riteniamo utile contribuire alla diffusione di cosa le persone o i contesti (scuola, comunità, organizzazioni, servizi di cura) possono raggiungere attraverso l’aiuto della psicologia e dello psicologo. In linea infatti con il messaggio promosso dall’ordine: “ascoltare se stessi, ascoltare gli altri, trasformare i rischi in opportunità e le sfide in momenti di crescita, prevenire, curare, promuovere salute e sviluppare risorse” miriamo a diffondere una psicologia non solo come servizio di cura ma anche e soprattutto come spazio di prevenzione, promozione della salute e sviluppo personale. Per informazioni chiamaci allo 011/6980543. L’iniziativa è aperta a persone singole, scuole, comunità, organizzazioni. E’  possibile consultare l’evento Giornata nazionale della psicologia ai seguenti link: http://www.psy.it/giornatapsicologia/news/benvenuti-alla-giornata-nazionale-della-psicologia- https://www.psy.it/giornatapsicologia/video/ https://www.psy.it/giornatapsicologia/studi-aperti/

I litigi tra bambini

3 settembre 2018
  I litigi tra bambini “Sai perché i bambini litigano e poi vanno a giocare insieme? Perché la loro felicità vale più del loro orgoglio” I litigi tra bambini sono frequenti in età scolare e i genitori si trovano spesso coinvolti nel fronteggiarli.  I bambini litigano tra loro per svariate motivazioni: vogliono avere lo stesso gioco, lo stesso ruolo, la stessa attenzione, o semplicemente per gelosia. Tuttavia, così come litigano, i bambini sanno anche far pace. Infatti, un minuto prima stanno litigando perché vogliono a tutti i costi quel gioco, il minuto dopo giocano insieme e si divertono come se nulla fosse accaduto. Hanno già fatto la pace. Diversamente dagli adulti, i bambini hanno una naturale tendenza al contrasto e allo stesso tempo la capacità di trovare soluzioni, anche in modo molto creativo. A complicar le cose molto spesso sono le difficoltà dei genitori che, manifestano preoccupazione e tendono a intervenire o in modo sostitutivo (fanno loro giustizia e individuano un colpevole) o lascian correre in modo evitante. Per i genitori la gestione dei litigi dei figli è una situazione faticosa e pesante. Ciò è in parte dovuto al fatto che, come adulti si ha una propria rappresentazione di conflitto e una modalità di confliggere che si riattiva emotivamente quando ci si trova difronte al litigio del proprio figlio. Tener conto di questo aspetto consente al genitore di separare la propria esperienza personale dalla situazione di contrasto che sta agendo il figlio e non trasferire sulla stessa i sentimenti negativi che prova lui come adulto quando litiga con qualcuno. Anche se si è immersi in una cultura in cui è favorito il “non litigare” in quanto il contrasto è connotato come qualcosa di negativo e come tale da evitare, il conflitto è una componente fisiologica delle relazioni umane e apprendere a litigare è un elemento importante per lo sviluppo sano dei bambini. Per i bambini  litigare è un momento importante di crescita,  di costruzione della fiducia in sé, di aumento  dell’autostima. Il litigio è occasione di confronto attraverso il quale il piccolo può apprendere a regolare il proprio autocentrismo e il piacere di giocare con gli altri. Il litigio inoltre attiva meccanismi di regolazione reciproca, conoscenza, interazione e esplorazione e si pone come occasione per strutturare l’area dell’affermazione di sé e della regolazione reciproca. Attraverso il litigio i bambini imparano a: affermare se stessi, considerare gli altri, soddisfare i loro bisogni più profondi (tra essi lo stesso bisogno di litigare), conoscere se stessi e le proprie potenzialità. Come i bambini possono gestire i litigi? E gli adulti quale contributo possono dare? I bambini sono in grado di mettere in atto strategie di mitigazione e di risoluzione positiva dei conflitti adottando il compromesso, la controproposta, la giustificazione e la riconciliazione. Hanno tuttavia necessità di essere sostenuti nel riconoscere e gestire le emozioni provate (rabbia, frustrazione),  nel cogliere il punto di vista dell’altro, nel formulare un accordo. Novara ha strutturato un metodo maieutico per affrontare il conflitto intitolato “Litigare bene”. Il metodo

Prendersi cura delle relazioni

18 luglio 2018
“Non c’è speranza di gioia ad eccezione che nelle relazioni umane” Antoine de Saint-Exupery Nel corso della vita si ricercano e si costruiscono relazioni. C’è chi le reputa un ingrediente fondamentale dell’esistenza e costruisce numerose reti, e chi scegli di instaurare solo pochi rapporti. Sin dalla nascita ci si rapporta con gli altri, e anche se i modi di incontrare l’altro cambiano (pensiamo all’influenza della tecnologia nella nostra epoca) si è naturalmente spinti a ricercare un’amicizia e/o  un partner per creare un legame, un’affettività, per ricevere calore, vicinanza, supporto, ma anche per costruire l’identità, essere riconosciuti e considerati. Se i piccoli di molte specie, come dimostrato da numerosi esperimenti, preferivano il calore e la vicinanza della madre piuttosto che il cibo avranno avuto buone motivazioni. I rapporti con gli altri rivestono un ruolo importante sia per la sopravvivenza delle persone: numerosi studi sul sostegno sociale mostrano che le persone con minori contatti sociali si ammalano di più e hanno maggiori difficoltà a riprendersi dalle malattie; sia per il mantenimento della salute: diverse ricerche sostengono che la presenza di un partner è un fattore protettivo. Tuttavia la semplice presenza degli altri non è sufficiente a vivere una vita sana ( ad es. avere un partner non sempre è un fattore protettivo se poi si desidera allontanarsene). Oltre alla quantità è importante la qualità dei rapporti che viviamo. Una relazione di qualità è caratterizzata da rispetto, premurosità, fiducia, onestà, sostegno, buona comunicazione. Le relazioni positive favoriscono empatia, gratitudine, apertura, compassione, comprensione e rispetto per la diversità. Le relazioni negative invece sono strumentalizzanti, coercitive, ingiuste e sbilanciate. Inoltre, a mio avviso, una caratteristica importante delle relazioni sane è la reciprocità, e non si tratta di quantificare lo scambio ma di stabilire una dinamica di mutualità tra sé e l’altro, cioè uno scambio sano, reciproco e appagante. Quando le relazioni non funzionano diventano una fonte di malessere e suscitano rabbia, delusione, senso di solitudine, sofferenza per lo scarso riconoscimento e la  mancanza di rispetto. A volte tale malessere si riversa sulla propria vita, sull’immagine di sé e sulla realizzazione di se stessi. E’ quindi necessario, costruire e mantenere relazioni di buona qualità. E per farlo bisogna coltivarle costantemente. Come un pianta la relazione ha bisogno di cure cioè di nutrimento, tempo, presenza, rispetto, amore. Ma come ci si prende cura di una relazione? Per prendersi cura di una relazione bisogna innanzitutto pensarla. Spesso si mantengono rapporti per la rappresentazione mentale costruita, per l’immagine di sé che ci offrono, che magari non ci appartiene più, o per paura della solitudine. E’ utile quindi interrogarsi su ciò che accade in se stessi e nei rapporti con gli altri e sviluppare un pensiero nuovo. Possono risultare utili domande quali: Come funziona la relazione? Cosa mi spinge a mantenerla? Quale ruolo sto assumendo? E perché? Riflettere è il primo passo per non restare invischiati in relazioni spente e senza più nulla da offrire. In secondo luogo è necessario ascoltare le Emozioni cioè riconoscerle, esprimerle e imparare a gestirle.

Memoria:una delle funzioni cognitive alla base della vita

16 luglio 2018
“Siamo ciò che siamo per via di ciò che impariamo e ricordiamo” La memoria è una delle principali risorse che abbiamo non solo per ricordare la nostra storia (chi siamo- da dove veniamo-cosa ci piace) ma anche e soprattutto per crescere, svilupparci e  apprendere nuove cose. Senza la memoria perderemmo la nostra identità, il nostro senso di sé ma anche la continuità della nostra vita e della specie a cui apparteniamo. Tutti disponiamo della capacità mnesica ma ne diventiamo consapevoli solo al momento in cui essa manifesta fragilità. Le fragilità di memoria possono manifestarsi nell’infanzia e in adolescenza compromettendo la capacità di apprendere del bambino e/o adolescente, in età adulta dove possono compromettere il senso di fiducia, l’autostima e la realizzazione di sé della persona e infine nella terza età, dove gravi compromissioni della memoria si manifestano nell’Alzheimer o nella demenza senile. Abbiamo diversi tipi di memoria. La distinzione principale è tra memoria implicita, detta anche procedurale quella che utilizziamo in modo inconsapevole, (pensiamo a quando andiamo in bicicletta, oppure quando il bambino piccolo muove la testa verso la voce della madre) e memoria esplicita quella che utilizziamo per ricordare le cose che ascoltiamo, leggiamo, vediamo. La memoria esplicita può essere a breve e a lungo termine. La memoria a breve termine consente di tenere a mente delle informazioni per un breve periodo di tempo e di archiviarle nella memoria a lungo termine e può essere uditiva (ci arriva dal canale  verbale) e visiva (ci arriva dal canale visivo e spaziale). La memoria a lungo termine ci consente di rievocare quanto abbiamo immagazzinato anche a distanza di tempo.  In età infantile e adolescenziale si rintracciano fragilità e/o deficit di memoria quando i bambini o gli adolescenti fanno fatica a ricordare quanto ascoltato in classe o letto da un testo e manifestano facile distraibilità, ipercinesia, ansia e  svogliatezza. In età adulta quando la memoria funziona poco o non funziona affatto la persona tende a dimenticare appuntamenti, scadenze lavorative o impegni familiari, ha difficoltà a concentrarsi, e si affatica più facilmente; ciò comporta di non riuscire a portare a termine un compito, un’attività o un impegno prefissato in modo puntuale. Ne derivano emozioni negative come ansia, frustrazione, senso di inefficacia e anche conflitti relazionali che nel lungo periodo contribuiscono ad abbassare l’autostima, il senso di efficacia e la motivazione verso quello che si svolge. Nella terza età le difficoltà possono essere di vario tipo: neurologiche, psicologiche, cognitive e come tali vanno esplorate attraverso un mirato lavoro di equipe. Una valutazione del funzionamento della memoria, attraverso una testistica standardizzata consente di tracciare i punti di forza e le fragilità del funzionamento della memoria.  I test variano in base all’età e al tipo di sintomi riportati dal paziente. Per gli adulti tra la testistica disponibile è possibile utilizzare il MODA che consente di individuare deficit neuropsicologici (demenza senile, Alzheimer) o l’RMBT3 che indaga il funzionamento della memoria nelle aree di memoria visiva, uditiva, di apprendimento. Nel bambino piccolo la memoria può essere approfondita attraverso

SETTIMANA DEL CERVELLO 2018 CHECK-UP DELLA MEMORIA

17 febbraio 2018
La memoria è una delle maggiori risorse cognitive di cui disponiamo per crescere svilupparci ed apprendere. Senza la memoria perderemmo la nostra identità, il nostro senso di sé ma anche la continuità della nostra vita. La capacità di ricordare è importante per la nostra salute, per il senso di fiducia e per l’autostima. Dimenticare appuntamenti o scadenze lavorative in modo frequente o  avere difficoltà a ricordare quanto letto o ascoltato sono segnali da non trascurare. In occasione della settimana mondiale del cervello dal 12 al 18 marzo  2018 puoi effettuare presso il  nostro centro un check-up gratuito per approfondire il funzionamento della tua memoria. Durante l’incontro esploreremo il funzionamento della tua memoria e ti indicheremo il miglior percorso per raggiungere il tuo benessere. Necessario appuntamento telefonico allo 011/6980543 Evento​ realizzato​ ​in​ ​occasione​ ​della Settimana​ ​Mondiale​ ​del​ ​Cervello​, ​in​ ​collaborazione​ ​con Hafricah.NET,​ ​partner​ ​ufficiale​​ ​Brain​ ​Awareness​ ​Week.  

Brutta scrittura: pigrizia o disgrafia?

1 ottobre 2017
Nell’ambito dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, la disgrafia appare come il meno conosciuto, anche se è particolarmente evidente anche a chi non conosce i DSA. Per definizione, la disgrafia è un disturbo specifico della scrittura nella riproduzione di segni alfabetici e numerici: si tratta per cui di una brutta scrittura, che si esplicita sia in italiano che in matematica. La disgrafia può essere associata ad altri disturbi dell’apprendimento, così come può essere l’unico presente in un bambino senza altre difficoltà; l’aspetto peculiare di questa problematica è che, a differenza degli altri disturbi specifici, ha una componente motoria molto importante. La scrittura, infatti, è una prassia, ovvero un azione su un oggetto, che necessita di tantissimi prerequisiti legati ad aspetti motori, oltre a quelli linguistici e cognitivi. Tra questi ci sono: Competenza posturale: per scrivere in maniera adeguata devo riuscire a mantenere una postura a lungo, senza che mi provochi fastidio o dolore. Motricità fine: per compiere un gesto così piccolo e preciso con uno strumento devo essere in grado di gestire i movimenti della mano. Oculomotricità e coordinazione occhio-mano: i miei occhi devono essere in grado di muoversi bene e al passo con la mia mano. Lateralità e organizzazione spaziale: la gestione dello spazio-foglio richiede che io sia in grado di trovare i punti di riferimento all’interno di esso. Organizzazione temporale: come in tutte le prassie complesse c’è una sequenza di azioni da portare a termine per avere un risultato; la scrittura, inoltre, è caratterizzato da un ritmo, che deve essere il più possibile regolare. Un ritardo nello sviluppo di queste competenze comporta una difficoltà nella scrittura. Non dimentichiamoci, infatti, che i bambini prima di parlare si muovono: l’apprendimento delle sequenze, delle leggi della fisica che regolano lo spazio e il tempo, avvengono tramite il movimento, ed è solo dopo che a questi concetti viene dato un nome e vengono organizzati nelle strutture cognitive. Un gesto grafomotorio non ben organizzato può quindi compromettere le abilità di scrittura di un bambino senza altre difficoltà. Molto rilevante nella disgrafia è la possibilità che sia derivata da un disturbo più generale della coordinazione, che va a rendere deficitario anche l’atto grafomotorio. Va inoltre tenuto in considerazione che la disgrafia, essendo un problema motorio, ha ripercussioni non solo sulla scrittura, ma anche nel disegno, nella geometria, nel calcolo in colonna, soprattutto se associato a difficoltà visuo-spaziali, frequenti nei bambini con difficoltà di apprendimento. Come si individua un bambino disgrafico? Ecco i campanelli d’allarme: Brutta scrittura, faticosa da leggere (in particolare in corsivo), con scarso rispetto delle righe e dei margini. Presenza di dolore durante la scrittura, dato dalla postura, da una brutta impugnatura e/o da una regolazione tonica non adeguata: quando un bambino ha male c’è sicuramente qualcosa da correggere. Una scrittura molto bella ma lenta. Quello che manca al bambino disgrafico è l’automatizzazione del gesto grafomotorio: scrivere bene comporta enorme impegno e fatica, per cui risulta lento, e quando è ormai stanco la scrittura peggiorerà. In generale l’affaticabilità è un problema importante: per compensare

Il conflitto nella relazione di coppia

30 agosto 2017
Ero così tanto incavolata che me ne sono andata sbattendo la porta… Non capisce mai quello che intendo dire…. Vuole avere sempre ragione lei… E’ sempre lui ad attaccare briga a me non va di litigare….. Ha sempre da ridire su ogni cosa……. A chi non è capitato, almeno una volta, di litigare con il proprio partner e di essersi sentito non compreso, non ascoltato, non riconosciuto? Le relazioni di coppia rappresentano un baricentro importante della vita affettiva delle persone e quando non funzionano comportano effetti negativi sulla salute e sul benessere del singolo e della coppia. Numerose ricerche infatti dimostrano che una relazione di coppia disfunzionale è un fattore di rischio per la salute. Solitamente si pensa che una coppia funziona quando non litiga, quando tra i partner c’è accordo. In realtà una relazione apparentemente priva di conflitti può essere più malsana di una con conflitti frequenti ma la questione non è, tanto “Litigare sì o Litigare no”, quanto imparare a stare nel conflitto e a trasformarlo in occasione di conoscenza di se stessi e dell’altro. Nella mia esperienza professionale rintraccio sempre più una difficoltà ad affrontare un conflitto e una maggiore facilità a ignorarlo o evitarlo. Ciò accade perché si è spaventati dal malessere e dalla sofferenza che un conflitto può provocare e anche perché in situazioni conflittuali non sappiamo cosa fare, come affrontarle, come gestirle. Un conflitto ignorato e/o evitato non si risolve da solo, anzi se non viene affrontato è probabile che si ripresenti in modo ancora più acceso, creando ulteriori difficoltà relazionali. Affrontare un conflitto diventa quindi una competenza fondamentale per leggere meglio se stessi, per osservare quelle parti di sé che non si conoscono e per instaurare relazioni sane. Tale competenza può essere sviluppata. Vediamo in che modo. Innanzitutto è opportuno aumentare la consapevolezza di cosa è il conflitto. Ognuno di noi possiede una rappresentazione mentale del litigio e questa influenza fortemente la modalità di porsi nel conflitto. Tale rappresentazione è legata in parte, alla propria storia personale cioè a come da piccoli abbiamo sperimentato le situazioni conflittuali, in parte alla cultura in cui siamo inseriti dove il termine conflitto evoca concetti e immagini sgradevoli e rimanda principalmente allo scontro, al contendere, all’aggressività, alla violenza. Veniamo inoltre educati a non litigare e da adulti sviluppiamo l’idea che “o si ha ragione o si ha torto” e di conseguenza che “o si vince o si perde”.  In realtà il conflitto è una componente fisiologica delle relazioni umane, esso ne fa parte per il semplice fatto che viviamo continuamente a contatto con gli altri e la vicinanza fisica e l’interdipendenza sono fattori che possono favorire l’insorgere di conflitti. Infatti, le differenze di interessi, bisogni, valori danno luogo ad un problema a cui si associa un disagio emotivo. Il conflitto è quindi costituito principalmente da due componenti: il problema e il disagio emotivo. Quando un conflitto nasce, spesso su un oggetto esterno alla relazione (problema), porta con sé una parte emotiva per lo più inconsapevole, a volte

Tu chiamale se vuoi emozioni

22 luglio 2017
Sono solo emozioni?   Ho fatto un patto sai con le mie emozioni, le lascio vivere e loro non mi fanno fuori” Vasco Rossi     Quando penso alle emozioni mi viene in mente la tavolozza di un pittore e immagino che gioia, rabbia, tristezza, paura siano i colori con cui dipingere la nostra esistenza. Credo, infatti, che come un pittore sceglie i colori per dipingere il proprio quadro, così possiamo riconoscere ed esprimere le nostre emozioni e rendere la vita sana e gioiosa. Le emozioni dette anche affetti, sentimenti, vissuti hanno un ruolo centrale nella nostra vita: influenzano la percezione che abbiamo di noi stessi, i rapporti che instauriamo con gli altri e il nostro stato di salute. Si tratta di un fenomeno multi componenziale e adattivo che coinvolge diversi livelli di funzionamento (neurologico, psicologico, cognitivo e motivazionale). Nel mio lavoro sempre più persone hanno difficoltà a gestire le emozioni, cioè a riconoscerle ed esprimerle. “Se un’emozione ti cambia anche il nome tu dalle ragione” dice il verso di una canzone di P. Turci proprio a sottolineare come lo stato emotivo che sentiamo influenza fortemente il modo di percepire noi stessi nel corso della vita. Tale percezione non è isolata ma è strettamente legata al contesto in cui ci troviamo. Quando proviamo una emozione gli altri infatti sono presenti sia fisicamente che come rappresentazione mentale e hanno un ruolo rilevante. Sentirci felici piuttosto che arrabbiati o tristi può essere influenzato dai rapporti che stiamo attualmente vivendo o che abbiamo vissuto in passato e può influenzare il nostro rapporto di vicinanza-lontananza dagli altri. Basti pensare che “la felicità predispone all’espressione di affetto, l’amore sollecita la vicinanza fisica e mentale con il partner, la tristezza attiva la ricerca d’aiuto, la rabbia e la paura spingono ad allontanarsi dall’altro” (Pennella 2015). Attualmente inoltre l’emotività è ancora vissuta come sinonimo di debolezza e di fragilità. La nostra società mitizza l’espressione delle emozioni a fronte di una valorizzazione della razionalità. Ognuno di noi ha la capacità di gestire i propri stati emotivi ma spesso agiamo in modo inconsapevole, non utilizziamo le strategie più appropriate e lasciamo alla parte emotiva il timone della nostra vita. Numerose ricerche hanno dimostrato una correlazione tra l’incapacità a gestire le emozioni e il nostro stato di salute (pensiamo ai numerosi disturbi psicosomatici o ai disturbi cardiovascolari). La gestione emotiva è la capacità di riconoscere, denominare e governare le proprie emozioni nella relazione con gli altri. Per imparare a gestire un’emozione dobbiamo innanzitutto acquisire la capacità di riconoscere i segnali che arrivano dal nostro corpo. Le emozioni infatti hanno una base fisiologica che coinvolge il sistema nervoso centrale, autonomo e endocrino. Pensiamo ad esempio alla paura: quando avvertiamo un pericolo, il sangue fluisce verso i muscoli delle gambe, mentre il volto è meno irrorato e diventa pallido, ciò consente di fuggire e quindi di proteggerci dal pericolo. Il corpo è quindi un buon alleato per riconoscere le emozioni; più siamo consapevoli dei segnali corporei maggiore sarà la comprensione di quello

Quando le emozioni diventano cibo

21 luglio 2017
Quando le emozioni diventano cibo  Come riconoscere la fame emotiva La fame emotiva (Emozional Eating), detta anche più comunemente fame nervosa, è uno dei principali fattori del fallimento di una dieta. Essa si riscontra sia in persone in sovrappeso che in persone normopeso. Nelle prime diventa un ostacolo al raggiungimento del peso desiderato spingendo, il più delle volte, all’abbandono della dieta. Nelle seconde può intervenire comportando il salto dei pasti o la loro riduzione, modalità disfunzionali sia per il mantenimento del peso corporeo che per la tutela della propria salute psico-fisica. In entrambi i casi l’utilizzo del cibo è legato alle emozioni che si provano inconsapevolmente, che non si riesce ad esprimere e per questo vengono “ingurgitate”. Diversi studi dimostrano che in queste persone sono presenti problemi di bassa tolleranza alle emozioni, difficoltà a riconoscere e gestire in modo adeguato alcuni stati emotivi (es. la rabbia), una scarsa autostima e una scarsa percezione del proprio corpo. Tra le persone che mangiano in modo emotivo si riscontrano quelle consapevoli ma che non riescono a cambiare la loro modalità di gestire le emozioni e quelle non consapevoli che attribuiscono la difficoltà di alimentarsi in modo corretto a fattori esterni più che a se stessi e alla loro capacità di gestire le emozioni.   Ma cos’ è la fame emotiva? La fame emotiva, così come viene descritta da alcuni pazienti, è “quella morsa che arriva allo stomaco, quel buco nero che si apre all’improvviso, quella voglia smisurata che si avverte nella bocca, nella gola” che spinge inconsapevolmente verso il frigorifero, le dispense o addirittura ad andare al supermercato, per soddisfare il bisogno impellente di cibo. Diversamente dalla fame fisica, che sopraggiunge quando l’organismo ha esaurito i nutrienti e le energie necessarie per vivere, quella emotiva arriva all’improvviso spingendo a consumare, a volte anche in modo vorace, il pacco di biscotti, il barattolo di nutella, la vaschetta di gelato, deve essere soddisfatta nell’immediato e non è accompagnata da un senso di sazietà. Infatti anche dopo aver raggiunto un senso di pienezza fisica la fame emotiva non viene percepita come soddisfatta e per di più alimenta sentimenti di colpa e vergogna. Insomma essa avviene sull’onda delle emozioni e non per la soddisfazione di un bisogno fisiologico. In queste situazioni il nostro organismo diventa un contenitore da riempire e la sensazione è che non si riesce a riempirlo completamente e a sentirsi appagati e/o soddisfatti. Il cibo diventa una forma di comfort che consola, conforta, che ricorda momenti del passato e aiuta momentaneamente a gestire situazioni difficili. Perché sopraggiunge? La molla della fame emotiva scatta in modo inconsapevole sia per banali seccature quotidiane sia per stati di ansia dettati da fattori diversi preoccupazioni, insoddisfazioni, solitudine, inadeguatezza, noia, rabbia, tristezza. Spesso capita di aver avuto un litigio con il partner o una frustrazione a lavoro o semplicemente si è in un momento di forte stress che impedisce di cogliere esattamente quello che accade e cosa si prova e ciò viene modulato attraverso il cibo. Inoltre il mangiare

Mio figlio è sempre in movimento! L’importanza dei giochi motori

14 maggio 2015
“Mio figlio è sempre in movimento! Anche se facciamo una passeggiata lo vedi salire su un muretto e poi di colpo saltar giù, raggiungere di corsa una panchina, camminare all’indietro, saltellare”. La parole che avete appena letto, sicuramente, se siete genitori, vi sembreranno familiari se non addirittura proprio le vostre! Più volte ci si lamenta della vivacità dei propri figli e spesso la si confonde anche con problematiche dello sviluppo come l’iperattività. Perciò è utile, per il genitore, conoscere quali sono i comportamenti e le modalità di gioco dei bambini che rientrano in un profilo di normalità. Fin dai primi mesi di vita i bambini fanno giochi di movimento associati a esperienze cognitive e sociali oltre che meramente fisiche: osservano, toccano, esplorano, si costruiscono mappe mentali di riferimento che li aiutano a riconoscere gli spazi in cui vivono, a progettare azioni per raggiungere degli oggetti desiderati, operano un transfert da una competenza motoria ad un’altra. Inoltre imparano ad esprimersi, a comunicare e a posizionarsi nel mondo dei coetanei. Come i giochi simbolici (ad esempio: “giocare a fare la maestra”) anche i giochi motori hanno un ruolo importante nel preparare il bambino ad entrare nel contesto sociale e ne influenzano la sua identità. Nel momento in cui i bambini giocano insieme in modo spontaneo e non strutturato da un adulto, cercano di mostrare all’altro la propria identità attraverso la propria postura, movimenti, gesti. Questa “identità del corpo” può essere confermata dal gruppo dei pari oppure può essere messa in crisi. Impegnato a costruire l’immagine di sè il bambino ben presto comprende l’importanza che ha il mostrarsi agli altri in un certo modo, attraverso movimenti, gesti e abilità. Per questa ragione i bambini si divertono a fare giochi che si basano sull’alterazione di una qualche forma di equilibrio: si pensi alla giostra, ai salti, agli spintono, agli sgambetti. In tutte queste attività c’è senz’altro il piacere del movimento per il movimento ma c’è anche l’esigenza di posizionarsi rispetto ai compagni mostrando di padroneggiare una serie di abilità motorie. In questa categoria di giochi rientrano anche quelli un pò più turbolenti in cui i bambini si inseguono, lottano o si colpiscono. Questi giochi possono essere considerati manifestazioni di aggressività ma in realtà sono solo imitazioni di comportamenti aggressivi. I bambini, infatti, usano espressioni come “giochiamo alla lotta” o “facciamo finta…” con cui rivelano la loro intenzione di divertirsi e non di far del male all’altro. Grazie a questi giochi i bambini sperimentano la propria forza e capiscono fin dove ci si può spingere senza creare danno ne a sè stessi e nè agli altri. il gioco con il gruppo dei pari insegna al bambino la reciprocità, la sollecitudine, la cooperazione e, inoltre, lo aiuta ad assumersi la responsabilità dei propri comportamenti. Per queste ragioni è giusto considerare che un bambino che si muove vivacemente, esplora l’ambiente, sperimenta il proprio corpo nello spazio è un bambino che attraverso il gioco impara a vivere.

Bambini sedentari….quale alimentazione?

14 maggio 2015
I bambini sedentari sono spesso svogliati, si annoiano praticamente subito e rimangono per ore davanti la TV, a giocare con i videogames, o sotto l’ombrellone a leggere o a guardare le immagini di giornalini e libri, ascoltano la musica ecc. Rinunciano a qualsiasi cosa si proponga loro, proprio per abitudine a non far niente, in questo modo hanno una scarsa competenza nell’uso del corpo, e solitamente crescono di più sotto il profilo intellettuale. A volte questo fenomeno di sedentarietà è solo uno schema che seguono per imitazione della famiglia, nel senso che magari nell’ambiente in cui il bambino vive si è abituati a muoversi poco, a stare tanto davanti alla tv con popcorn e bibite, pochi giri all’aperto e rarissime passeggiate. Ma come bisogna aiutare questi bambini pigri? Occorre che i genitori si adeguino ai loro ritmi, rispettando i loro tempi e mostrando interesse per quello che fanno, occorre far capire che ci si può divertire in movimento. Nei bambini sedentari è opportuno correggere anche abitudini alimentari scorrette, ridurre l’apporto proteico, dei grassi, e dei carboidrati, evitare l’uso di bevande zuccherine, snack dolci e salati, incrementare l’apporto di frutta, verdura e cereali. La correzione di queste abitudini potrà far si che il bambino non aumenti di peso in futuro fino a diventare obeso con conseguenze che se non curate diventeranno gravi nel tempo.
Load more