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Il lutto come esperienza trasformativa: affrontare versus trasformare

20 Aprile 2020
Il lutto come esperienza trasformativa Affrontare versus trasformare   La morte come la nascita fa parte della vita  Camminare consiste sia nell’alzare il piede sia nel posarlo. Tagore Uccelli migranti Il lutto è un’esperienza che appartiene all’esistenza e che l’individuo è obbligato a vivere nell’arco della vita. Sin dalla nascita andiamo incontro ad innumerevoli separazioni (pensiamo…al momento del parto, al passaggio dall’infanzia all’adolescenza, alla fine di un corso di studi, al divorzio, al pensionamento, o ancora alla perdita di una persona cara), alle quali è legato un sentimento doloroso che connotiamo come lutto. “Il lutto è uno stato psicologico conseguente alla perdita di un oggetto significativo, che ha fatto parte integrante dell’esistenza” (Galimberti). Di seguito mi soffermerò sul lutto collegato alla perdita di una persona cara e alla sua elaborazione. Come esseri umani si è spinti inconsciamente a ritenere di essere immortali, la morte è intollerabile per l’inconscio e quindi si è portati a rinnegarla. Si vive o forse spesso sopravvive senza pensare che “la morte appartiene alla vita e la vita appartiene alla morte”[1]. Ne riscopriamo la presenza solo quando siamo costretti a confrontarci con la perdita di chi amiamo, un’esperienza devastante e dolorosa sia emotivamente che fisicamente. Dal punto di vista psicologico quando si subisce un lutto (sottolineo la parola subire in quanto si tratta di una situazione, mi riferisco alla perdita di una persona, che non si può scegliere, e che accade al di là della nostra volontà) si manifestano una serie di reazioni emotive, cognitive, fisiche e comportamentali. Dal punto di vista emotivo e cognitivo si sperimentano sentimenti di tristezza, rabbia, ansia e sensi di colpa che possono unirsi a pensieri ricorrenti verso la persona perduta. Dal punto di vista comportamentale può attivarsi un ritiro sociale, la persona si chiude in sé alla ricerca della persona deceduta. Fisicamente si può manifestare perdita di appetito, disturbi del sonno e vari disturbi al sistema gastrointestinale, cardiocircolatorio e respiratorio. Questi aspetti sono fisiologicamente elaborati con il passare del tempo attraverso un processo di naturale elaborazione del lutto. Tale processo consiste in una serie di fasi che possono evolversi sia in modo lineare ma anche in modo alternato, ciò che è importante è attraversarle. “Una ferita si chiude e dentro non si vede”, canta E. Meta, ma “il come” questa ferita si chiude è fondamentale per la salute. Generalmente vengono individuate cinque fasi per elaborare un lutto:         Fase della negazione o del rifiuto caratterizzata dal rifiuto per la perdita. L’individuo non accetta di aver perduto la persona amata e manifesta un reazione di protesta. Ci si chiede: Ma è sicuro che non c’è più?       Fase della rabbia caratterizzata da emozioni forti come rabbia e paura che possono essere dirette verso sé o verso altri. Si ricerca un oggetto responsabile della perdita. In questa fase può attivarsi il rifiuto, la chiusura e il ritiro in sé. Ci si chiede: perche è capitato proprio a me?       Fase della contrattazione o del patteggiamento caratterizzata da un intenso desiderio di ricerca della

Separati in casa per il bene dei figli

5 Aprile 2020
E` possibile vivere tutti insieme, sotto lo stesso tetto, per il bene dei figli? Negli ultimi anni di lavoro mi capita sempre più frequentemente di essere contattata da coppie giovani in crisi. È vero che la relazione di coppia è molto difficile da gestire ma forse alcune unioni sono minate sin dal loro nascere.  A volte l’idea di andare a vivere insieme o di sposarsi sopravviene per senso del dovere, o perché richiesto dalla cultura in cui si vive, o perché si ha necessità di un cambiamento e non per una reale desiderio di chi andrà a costituire una nuova famiglia. Per tale ragione sempre più neo famiglie vivono crisi e avendo figli ancora piccoli (3-6 anni) non sanno se portare avanti la decisione di separarsi o proseguire in quella che dovrebbe essere una civile convivenza. Ma questo è davvero possibile? Si riesce a stare sotto lo stesso tetto, dentro lo stesso letto e far finta di niente? E soprattutto: i figli crederanno a questa bugia? Per loro sarà un bene? Purtroppo i bambini hanno un dono che spesso molti adulti perdono con la crescita: l’empatia. Loro non sanno spiegare come ci riescono ma sanno dire per certo se mamma e  papà sono felici o tristi. A loro non servono le parole, basta uno sguardo, l’assenza di un sorriso, gli occhi lucidi.  I figli leggono i propri genitori come se fossero libri stampati e come se loro fossero dei formidabili lettori. È vero che la separazione non è una scelta facile e felice ma è anche vero che far finta di niente e cercare di mentire a sé stessi e agli altri non è una soluzione che fa star bene. Stare insieme “per forza” crea un clima familiare teso e conflittuale anche quando non ci sono comportamenti espliciti da parte degli adulti (litigi, insulti,…). I bambini respirano le tensioni e le riportano negli ambienti che frequentano (scuola, gruppo dei pari,…) mettendo in atto atteggiamenti aggressivi, oppure mostrando disattenzione e apatia rispetto alle attività che vengono loro  proposte. Per cui una separazione consensuale affrontata in modo civile consente ai bambini di immaginare una vita in cui è possibile fare dei cambiamenti anche se questi sono faticosi e creano una sofferenza momentanea. Le reazioni che i bambini possono avere riguardo alla separazione dipendono molto da come i genitori gliene parleranno e da come organizzeranno praticamente i cambiamenti. La coppia dovrà avere ben chiaro che la separazione riguarda solo l’aspetto coniugale e che la coppia genitoriale dovrà rimanere ben  salda: sarà necessario avere gli stessi obiettivi educativi e bisognerà adottare strategie e modalità simili per raggiungerli. Se mamma e papà saranno d’accordo nelle scelte i bambini non avranno confusione, non mostreranno ansie particolari e riusciranno ad affrontare il cambiamento senza grossi traumi. Di certo piangeranno e cercheranno di fare da pacieri tra mamma e papà, spereranno in una loro riappacificazione ma se gli adulti saranno coerenti e pacati i bambini accetteranno pian piano la nuova situazione che si va delineando. Per cui gli

TEMPO-EMOZIONI-AZIONI Riflessioni e suggerimenti per attraversare l’emergenza

20 Marzo 2020
Nei giorni scorsi abbiamo assistito a un repentino cambiamento della nostra vita. In breve tempo la maggior parte delle persone, da sole o con le proprie famiglie, ha dovuto fermarsi, restare a casa, fermare completamente le proprie attività lavorative, oppure trasferirle nell’ambiente domestico. E mentre nel focolaio domestico si ferma la propria routine abituale e si percepiscono emozioni forti, fuori aumentano i focolai del virus e con essi la preoccupazione per sé e le proprie famiglie. Aumenta l’instabilità interiore, l’incertezza e la paura. Si diffonde il dolore. Si soffre per le perdite. Siamo immersi in un periodo storico drammatico che ci pone fortemente, in una condizione di instabilità, una situazione che confronta con emozioni quali paura, rabbia e tristezza, ma anche con vissuti di incertezza e dubbio, si è spaesati, disorientati, confusi e ansiosi.  È un momento che sconvolge le routine e i ritmi quotidiani di tutti bambini, adulti, anziani. Costretti a casa si è coinvolti in un processo di cambiamento della quotidianità, della routine, delle attività personali, con le quali molto spesso ci si identifica. Un momento che impone di fare delle modifiche alle abitudini, al tempo, allo spazio, costringe a rallentare, richiede di adattarci. L’adattamento, appartiene alla nostra specie e agevola tali cambiamenti. Siamo programmati per adattarci e tutti abbiamo la possibilità di utilizzare questa risorsa, ognuno con i propri modi e tempi. Come possiamo affrontare questo momento e promuovere la nostra salute? Un primo passo è stare con le emozioni che si provano momento per momento (ansia, rabbia, paura, tristezza, dolore), stare con le emozioni vuol dire accoglierle (Come mi sento? Cosa provo? Cosa accade dentro me?), accettarne la variabilità anche all’interno della stessa giornata, riconoscerne la funzionalità, condividerle con gli altri. È altresì importante esprimere i propri sentimenti (affetto, calore, gentilezza, cura) e far circolare vicinanza umana. Possiamo farlo con gli affetti più stretti, utilizzando messaggi, chiamate, videochiamate, oppure laddove non è possibile, possiamo scrivere una lettera e/o un pensiero (da consegnare in seguito), e con chi non appartiene alla nostra famiglia (vicino di casa o persone che non conosciamo) attuando gesti altruistici e solidali. Un secondo passo è avviare una riflessione su ciò che accade. La situazione che stiamo vivendo ci confronta con la fragilità di essere umani. Come dice il verso di una canzone delle Vibrazioni “le distanze ci informano che siamo fragili” in questo momento siamo chiamati a confrontarci con la fragilità. La fragilità umana  indica che siamo preziosi e unici ma anche che non siamo onnipotenti e non possiamo controllare tutto. Mai come in questo momento abbiamo l’occasione di confrontarci con la nostra vera essenza, con chi siamo realmente…possiamo riscoprire il valore e la preziosità della vita, delle cose che ci circondano, di quelle che abbiamo, e possiamo fermarci a riflettere sulla possibilità di cambiare certi comportamenti che stanno minacciando il pianeta e il nostro vivere. Per qualcuno questi spunti sono già arrivati, per altri erano in corso, per altri ancora sono nuovi e questo momento ne offre l’occasione. Ognuno, a seconda

Il mio bambino è ansioso?

27 Giugno 2019
…….”Mio figlio ha paura del buio e la sera non riesce ad addormentarsi richiede sempre la nostra presenza…. andare a scuola è una battaglia, ogni mattina piange, non vuole andare dice che vuole restare con noi……..è sempre preoccupato per come andrà il compito a scuola”……… In età infantile alcune paure (es. la paura del buio) o preoccupazioni (es. la separazione dal genitore, prestazioni scolastiche) sono fisiologiche appartengono cioè al normale sviluppo. Quando persistono per più tempo o  diventano smisurate rispetto alle situazioni può trattarsi di un disturbo d’ansia. I disturbi d’ansia riguardano sempre più spesso i bambini. L’ansia diventa un disturbo quando si manifesta in modo eccessivo e persistente rispetto allo stadio di sviluppo del bambino, impedendo il regolare corso. I disturbi d’ansia possono essere di diversi tipi: ansia da separazione, ansia sociale, fobie e sono caratterizzati da una preoccupazione intensa e prolungata smisurata rispetto alla situazione ad esempio relativamente alle situazioni scolastiche o sociali e che interferisce in modo significativo sullo svolgimento della vita quotidiana. Spesso sono accompagnati da sintomi fisici come frequenti mal di testa, mal di stomaco o vomito. I bambini ansiosi vivono costantemente un incerto sentimento di oppressione, che si associa a un atteggiamento di attesa di un avvenimento vissuto come negativo e inaspettato, ad esempio un compito scolastico, un’attività nuova, generalmente situazioni legate alla prestazione. L’ansia va a interferire con la capacità del bambino di separarsi dai genitori, fare amicizie, svolgere serenamente i compiti scolastici, sperimentare situazioni nuove, andare in certi luoghi. Paura e preoccupazione portano il bambino a rinunciare a fare delle cose che gli piacerebbe molto fare, o a evitare luoghi e situazioni che lo agitano. Inoltre può manifestarsi una tendenza al perfezionismo che genera uno stato di tensione e un impegno eccessivo. Un carico eccessivo di ansia può avere ripercussioni sull’autostima e il senso di efficacia del bambino ma anche sull’armonia e sul clima familiare. I genitori infatti possono trovarsi in difficoltà a gestire le ansie e le eccessive preoccupazioni del bambino nella quotidianità anche semplicemente nell’andare a scuola al mattino. Se non vengono appropriatamente trattati i disturbi d’ansia tendono a persistere e a  permanere anche nell’età adulta. Come intervenire? L’ansia che persiste è un segnale. Pensiamo alle spie nella nostra macchina e a quando una di loro si  accende. Cosa ci indica? Che qualcosa non sta funzionando come dovrebbe. A quel punto cerchiamo di capire cosa per poi intervenire. Ecco l’ansia che si protrae nel tempo e diventa eccessiva è un indicatore di qualcosa che non funziona nel  percorso di crescita del bambino e nelle relazioni che vive. È quindi opportuno rivolgersi a un professionista che può fare un analisi delle difficoltà del bambino e indicare il percorso più funzionale da seguire. Sulla base della conoscenza del profilo del bambino e del sistema familiare in cui è inserito, si può intervenire con un trattamento individuale per la gestione dell’ansia e delle emozioni, per l’aumento dell’autostima e del senso di efficacia e/o un intervento di parent training per sostenere i genitori a

I disturbi specifici dell’apprendimento in età adulta

19 Febbraio 2019
I Disturbi specifici dell’apprendimento in età adulta Quello che si comprende può essere cambiato (De Mello) I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) sono disturbi del neurosviluppo che riguardano la capacità di leggere, scrivere e fare i calcoli in modo corretto e fluente. Si definiscono specifici perché riguardano abilità specifiche e non intaccano il funzionamento cognitivo; sono evolutivi perché variano con l’età della persona. Si manifestano con la scolarizzazione e, in base al tipo di difficoltà specifica che comportano, si distinguono in dislessia (difficoltà nella lettura), disortografia (difficoltà nella ortografia), disgrafia (difficoltà nell’abilità motoria della scrittura) e discalculia (difficoltà nell’abilità di calcolo). I disturbi specifici dell’apprendimento, non riguardano solo l’età evolutiva ma accompagnano la persona nella vita. Hanno un substrato neurobiologico e costituiscono una caratteristica costituzionale dell’individuo. Essi quindi non scompaiono con la crescita e lo sviluppo ma permangono per tutto l’arco della vita. In alcuni casi possono andare incontro a forme di compensazione. La diagnosi di DSA può essere formulata in età evolutiva a partire dalla fine della classe seconda primaria (per dislessia e disortografia) e della classe terza primaria (per discalculia). La precocità della diagnosi consente un intervento efficace e la promozione della salute dell’individuo. Quando ciò non accade è possibile formulare la diagnosi anche in età adulta. Nell’adulto si possono riscontrare difficoltà in ambito universitario nell’organizzazione, preparazione e superamento degli esami, in ambito lavorativo nella ricerca e mantenimento di un impiego. Nel lavoro psicoterapeutico con adulti mi è capitato di rintracciare difficoltà legate al disturbo specifico di apprendimento, di cui la persona non è sempre consapevole, celate da scarsa autostima e forte senso di inadeguatezza. La persona crede di essere inadeguata e ha una scarsa fiducia nelle proprie capacità. La percezione di sé come qualcuno di incapace e inadeguato porta inoltre in alcuni casi ad aggrapparsi a sostegni esterni (persone o sostanze) o a rifuggire dal proprio sé indossando la maschera dell’adeguatezza e/o della perfezione. La persona con disturbo specifico dell’apprendimento è esposta fin dall’infanzia a ostacoli che possono minare l’autostima, il benessere psicologico e l’equilibrio personale e possono portare in età adulta a sintomatologie ansiose o depressive. Quali sono i segnali di un DSA nell’adulto? Un segnale principale è la lentezza generale nelle aree di apprendimento. Gli adulti DSA hanno necessità di un tempo maggiore per elaborare le informazioni e le attività di apprendimento (leggere, scrivere, ricordare) richiedono un grande investimento. Ad esempio il dislessico legge con fatica, ha difficoltà a decifrare parole nuove, deve rileggere più volte un testo per capire, e fatica nell’espressione verbale. Ha inoltre difficoltà nella denominazione rapida e nello spelling. Nell’espressione scritta fatica ad ampliare i contenuti e ad articolarli. Nelle abilità matematiche ha difficoltà con gli aspetti procedurali come il riconoscimento del simbolo matematico e l’applicazione delle procedure di calcolo a mente. Ha difficoltà nella memoria a breve termine, nell’organizzazione personale e professionale e nella gestione del tempo. In ambito lavorativo possono emergere problemi legati al contesto e alla mansione ad es. mantenere la concentrazione in ambienti rumorosi, gestire il carico di mansioni,

Quando le relazioni diventano prevaricanti: caratteristiche del bullismo e del cyberbullismo

13 Novembre 2018
Quando le relazioni diventano prevaricanti: caratteristiche del  Bullismo e del Cyberbullismo   Le interazioni tra coetanei possono assumere la forma di relazioni prevaricanti. Tale forma può prendere il nome di bullismo o cyberbullismo. Il bullismo è un comportamento aggressivo ripetitivo verso chi non è in grado di difendersi. Consiste, infatti, in comportamenti aggressivi attuati in modo regolare verso una persona incapace di difendersi. Il bullismo è un fenomeno complesso che di solito coinvolge persone della stessa scuola o gruppo. Caratteristiche peculiari del bullismo sono: ·         Intenzionalità un episodio può essere connotato come bullismo quando l’attacco è mirato a infliggere un danno fisico o psicologico ·         Ripetitività gli attacchi si ripetono nel tempo ·         Divario di potere tra il prevaricatore e la vittima si crea uno squilibrio di potere psicologico, fisico o sociale Nel bullismo si distinguono due ruoli principali: il bullo, colui che agisce comportamenti violenti fisicamente e psicologicamente, la vittima colei che subisce tali atteggiamenti. Il bullo può manifestare aggressioni fisiche, verbali (minacce, prese in giro), strumentali (furti, danneggiamenti estorsioni), sociali (diffusione di calunnie, isolamento ed esclusione, divulgazione di segreti). Accanto ai ruoli principali si riscontrano una serie di ruoli secondari quali: aiutante del bullo, un compagno che partecipa attivamente alla prepotenza con una posizione inferiore, sostenitore del bullo colui che approva esplicitamente le prevaricazioni e tende a rinforzarle, difensore della vittima colui che supporta il compagno prevaricato o a livello emotivo, consolandolo, o a livello comportamentale difendendolo e/o richiamando l’attenzione dell’adulto, esterno (bystander) un compagno che pur essendo a conoscenza delle prepotenze avvenute, non si coinvolge direttamente negli episodi di prevaricazione e con il suo comportamento inattivo favorisce il diffondersi delle prepotenze nel gruppo. Il fenomeno del bullismo ha assunto oggi una nuova forma pur mantenendo lo stesso scopo. Si tratta del Cyberbullismo un  comportamento aggressivo e intenzionale, verso una persona ritenuta più debole, mediante strumenti tecnologici. Questi ultimi creano una distanza fisica e mentale che riduce l’attivazione empatica nel prevaricatore. Caratteristiche del cyberbullismo sono: ·         Coinvolgimento delle persone di tutto il mondo ·         Possibilità di agire 24 ore su 24 ·         Possibilità di diventare cyberbullo anche per chi ha un  basso potere sociale Diversamente dal bullo il cyberbullo non ha bisogno di rendersi visibile e utilizza la percezione di invisibilità. Elemento pericoloso del cyberbullismo è la disinibizione che contribuisce a rendere le comunicazioni on line molto violente, infatti i cyberbulli tendono a fare ciò che nella vita reale non farebbero. Il materiale cyberbullistico può essere visto e diffuso tramite internet perdendone il controllo. Il cyber bullismo può manifestarsi sottoforma di messaggi elettronici violenti e volgari per stimolare battaglie verbali on line (Flaming); messaggi offensivi ripetuti nel tempo attraverso messaggi e- mail, telefonate (Molestie), danneggiare la reputazione attraverso lo sparlare mediante e-mail, messaggistica istantanea al fine di (Denigrazione), rendere pubbliche confidenze di un coetaneo (spontanee o estorte con l’inganno) oppure diffondere immagini riservate e intime (Outing o trickery), aggressione di un coetaneo e riprese della stessa per la successiva pubblicazione on line (Happy slapping), esclusione di un coetaneo da

Giornata Nazionale della Psicologia 2018

21 Settembre 2018
  Il 10 ottobre 2018 si svolge la giornata nazionale della psicologia organizzata dall’Ordine Nazionale degli Psicologi con il patrocinio del Ministero della Salute. Il tema di questa terza edizione è “Ascoltarsi e Ascoltare: la persona al centro della propria vita” e nasce con l’obiettivo di promuovere le forme e le possibilità di ascolto come strumento per lo sviluppo personale e sociale e per il cambiamento positivo. “Studi Aperti” è l’iniziativa promossa dall’ordine e consiste in incontri di informazione e consulenze gratuite aperti a tutti.                                           Centro Blu partecipa a questa iniziativa Impegnati da tempo nella promozione della salute delle persone e dei contesti in cui vivono, come centro di promozione della salute, riteniamo utile contribuire alla diffusione di cosa le persone o i contesti (scuola, comunità, organizzazioni, servizi di cura) possono raggiungere attraverso l’aiuto della psicologia e dello psicologo. In linea infatti con il messaggio promosso dall’ordine: “ascoltare se stessi, ascoltare gli altri, trasformare i rischi in opportunità e le sfide in momenti di crescita, prevenire, curare, promuovere salute e sviluppare risorse” miriamo a diffondere una psicologia non solo come servizio di cura ma anche e soprattutto come spazio di prevenzione, promozione della salute e sviluppo personale. Per informazioni chiamaci allo 011/6980543. L’iniziativa è aperta a persone singole, scuole, comunità, organizzazioni. E’  possibile consultare l’evento Giornata nazionale della psicologia ai seguenti link: http://www.psy.it/giornatapsicologia/news/benvenuti-alla-giornata-nazionale-della-psicologia- https://www.psy.it/giornatapsicologia/video/ https://www.psy.it/giornatapsicologia/studi-aperti/

I litigi tra bambini

3 Settembre 2018
  I litigi tra bambini “Sai perché i bambini litigano e poi vanno a giocare insieme? Perché la loro felicità vale più del loro orgoglio” I litigi tra bambini sono frequenti in età scolare e i genitori si trovano spesso coinvolti nel fronteggiarli.  I bambini litigano tra loro per svariate motivazioni: vogliono avere lo stesso gioco, lo stesso ruolo, la stessa attenzione, o semplicemente per gelosia. Tuttavia, così come litigano, i bambini sanno anche far pace. Infatti, un minuto prima stanno litigando perché vogliono a tutti i costi quel gioco, il minuto dopo giocano insieme e si divertono come se nulla fosse accaduto. Hanno già fatto la pace. Diversamente dagli adulti, i bambini hanno una naturale tendenza al contrasto e allo stesso tempo la capacità di trovare soluzioni, anche in modo molto creativo. A complicar le cose molto spesso sono le difficoltà dei genitori che, manifestano preoccupazione e tendono a intervenire o in modo sostitutivo (fanno loro giustizia e individuano un colpevole) o lascian correre in modo evitante. Per i genitori la gestione dei litigi dei figli è una situazione faticosa e pesante. Ciò è in parte dovuto al fatto che, come adulti si ha una propria rappresentazione di conflitto e una modalità di confliggere che si riattiva emotivamente quando ci si trova difronte al litigio del proprio figlio. Tener conto di questo aspetto consente al genitore di separare la propria esperienza personale dalla situazione di contrasto che sta agendo il figlio e non trasferire sulla stessa i sentimenti negativi che prova lui come adulto quando litiga con qualcuno. Anche se si è immersi in una cultura in cui è favorito il “non litigare” in quanto il contrasto è connotato come qualcosa di negativo e come tale da evitare, il conflitto è una componente fisiologica delle relazioni umane e apprendere a litigare è un elemento importante per lo sviluppo sano dei bambini. Per i bambini  litigare è un momento importante di crescita,  di costruzione della fiducia in sé, di aumento  dell’autostima. Il litigio è occasione di confronto attraverso il quale il piccolo può apprendere a regolare il proprio autocentrismo e il piacere di giocare con gli altri. Il litigio inoltre attiva meccanismi di regolazione reciproca, conoscenza, interazione e esplorazione e si pone come occasione per strutturare l’area dell’affermazione di sé e della regolazione reciproca. Attraverso il litigio i bambini imparano a: affermare se stessi, considerare gli altri, soddisfare i loro bisogni più profondi (tra essi lo stesso bisogno di litigare), conoscere se stessi e le proprie potenzialità. Come i bambini possono gestire i litigi? E gli adulti quale contributo possono dare? I bambini sono in grado di mettere in atto strategie di mitigazione e di risoluzione positiva dei conflitti adottando il compromesso, la controproposta, la giustificazione e la riconciliazione. Hanno tuttavia necessità di essere sostenuti nel riconoscere e gestire le emozioni provate (rabbia, frustrazione),  nel cogliere il punto di vista dell’altro, nel formulare un accordo. Novara ha strutturato un metodo maieutico per affrontare il conflitto intitolato “Litigare bene”. Il metodo

Prendersi cura delle relazioni

18 Luglio 2018
“Non c’è speranza di gioia ad eccezione che nelle relazioni umane” Antoine de Saint-Exupery Nel corso della vita si ricercano e si costruiscono relazioni. C’è chi le reputa un ingrediente fondamentale dell’esistenza e costruisce numerose reti, e chi scegli di instaurare solo pochi rapporti. Sin dalla nascita ci si rapporta con gli altri, e anche se i modi di incontrare l’altro cambiano (pensiamo all’influenza della tecnologia nella nostra epoca) si è naturalmente spinti a ricercare un’amicizia e/o  un partner per creare un legame, un’affettività, per ricevere calore, vicinanza, supporto, ma anche per costruire l’identità, essere riconosciuti e considerati. Se i piccoli di molte specie, come dimostrato da numerosi esperimenti, preferivano il calore e la vicinanza della madre piuttosto che il cibo avranno avuto buone motivazioni. I rapporti con gli altri rivestono un ruolo importante sia per la sopravvivenza delle persone: numerosi studi sul sostegno sociale mostrano che le persone con minori contatti sociali si ammalano di più e hanno maggiori difficoltà a riprendersi dalle malattie; sia per il mantenimento della salute: diverse ricerche sostengono che la presenza di un partner è un fattore protettivo. Tuttavia la semplice presenza degli altri non è sufficiente a vivere una vita sana ( ad es. avere un partner non sempre è un fattore protettivo se poi si desidera allontanarsene). Oltre alla quantità è importante la qualità dei rapporti che viviamo. Una relazione di qualità è caratterizzata da rispetto, premurosità, fiducia, onestà, sostegno, buona comunicazione. Le relazioni positive favoriscono empatia, gratitudine, apertura, compassione, comprensione e rispetto per la diversità. Le relazioni negative invece sono strumentalizzanti, coercitive, ingiuste e sbilanciate. Inoltre, a mio avviso, una caratteristica importante delle relazioni sane è la reciprocità, e non si tratta di quantificare lo scambio ma di stabilire una dinamica di mutualità tra sé e l’altro, cioè uno scambio sano, reciproco e appagante. Quando le relazioni non funzionano diventano una fonte di malessere e suscitano rabbia, delusione, senso di solitudine, sofferenza per lo scarso riconoscimento e la  mancanza di rispetto. A volte tale malessere si riversa sulla propria vita, sull’immagine di sé e sulla realizzazione di se stessi. E’ quindi necessario, costruire e mantenere relazioni di buona qualità. E per farlo bisogna coltivarle costantemente. Come un pianta la relazione ha bisogno di cure cioè di nutrimento, tempo, presenza, rispetto, amore. Ma come ci si prende cura di una relazione? Per prendersi cura di una relazione bisogna innanzitutto pensarla. Spesso si mantengono rapporti per la rappresentazione mentale costruita, per l’immagine di sé che ci offrono, che magari non ci appartiene più, o per paura della solitudine. E’ utile quindi interrogarsi su ciò che accade in se stessi e nei rapporti con gli altri e sviluppare un pensiero nuovo. Possono risultare utili domande quali: Come funziona la relazione? Cosa mi spinge a mantenerla? Quale ruolo sto assumendo? E perché? Riflettere è il primo passo per non restare invischiati in relazioni spente e senza più nulla da offrire. In secondo luogo è necessario ascoltare le Emozioni cioè riconoscerle, esprimerle e imparare a gestirle.

Memoria:una delle funzioni cognitive alla base della vita

16 Luglio 2018
“Siamo ciò che siamo per via di ciò che impariamo e ricordiamo” La memoria è una delle principali risorse che abbiamo non solo per ricordare la nostra storia (chi siamo- da dove veniamo-cosa ci piace) ma anche e soprattutto per crescere, svilupparci e  apprendere nuove cose. Senza la memoria perderemmo la nostra identità, il nostro senso di sé ma anche la continuità della nostra vita e della specie a cui apparteniamo. Tutti disponiamo della capacità mnesica ma ne diventiamo consapevoli solo al momento in cui essa manifesta fragilità. Le fragilità di memoria possono manifestarsi nell’infanzia e in adolescenza compromettendo la capacità di apprendere del bambino e/o adolescente, in età adulta dove possono compromettere il senso di fiducia, l’autostima e la realizzazione di sé della persona e infine nella terza età, dove gravi compromissioni della memoria si manifestano nell’Alzheimer o nella demenza senile. Abbiamo diversi tipi di memoria. La distinzione principale è tra memoria implicita, detta anche procedurale quella che utilizziamo in modo inconsapevole, (pensiamo a quando andiamo in bicicletta, oppure quando il bambino piccolo muove la testa verso la voce della madre) e memoria esplicita quella che utilizziamo per ricordare le cose che ascoltiamo, leggiamo, vediamo. La memoria esplicita può essere a breve e a lungo termine. La memoria a breve termine consente di tenere a mente delle informazioni per un breve periodo di tempo e di archiviarle nella memoria a lungo termine e può essere uditiva (ci arriva dal canale  verbale) e visiva (ci arriva dal canale visivo e spaziale). La memoria a lungo termine ci consente di rievocare quanto abbiamo immagazzinato anche a distanza di tempo.  In età infantile e adolescenziale si rintracciano fragilità e/o deficit di memoria quando i bambini o gli adolescenti fanno fatica a ricordare quanto ascoltato in classe o letto da un testo e manifestano facile distraibilità, ipercinesia, ansia e  svogliatezza. In età adulta quando la memoria funziona poco o non funziona affatto la persona tende a dimenticare appuntamenti, scadenze lavorative o impegni familiari, ha difficoltà a concentrarsi, e si affatica più facilmente; ciò comporta di non riuscire a portare a termine un compito, un’attività o un impegno prefissato in modo puntuale. Ne derivano emozioni negative come ansia, frustrazione, senso di inefficacia e anche conflitti relazionali che nel lungo periodo contribuiscono ad abbassare l’autostima, il senso di efficacia e la motivazione verso quello che si svolge. Nella terza età le difficoltà possono essere di vario tipo: neurologiche, psicologiche, cognitive e come tali vanno esplorate attraverso un mirato lavoro di equipe. Una valutazione del funzionamento della memoria, attraverso una testistica standardizzata consente di tracciare i punti di forza e le fragilità del funzionamento della memoria.  I test variano in base all’età e al tipo di sintomi riportati dal paziente. Per gli adulti tra la testistica disponibile è possibile utilizzare il MODA che consente di individuare deficit neuropsicologici (demenza senile, Alzheimer) o l’RMBT3 che indaga il funzionamento della memoria nelle aree di memoria visiva, uditiva, di apprendimento. Nel bambino piccolo la memoria può essere approfondita attraverso

SETTIMANA DEL CERVELLO 2018 CHECK-UP DELLA MEMORIA

17 Febbraio 2018
La memoria è una delle maggiori risorse cognitive di cui disponiamo per crescere svilupparci ed apprendere. Senza la memoria perderemmo la nostra identità, il nostro senso di sé ma anche la continuità della nostra vita. La capacità di ricordare è importante per la nostra salute, per il senso di fiducia e per l’autostima. Dimenticare appuntamenti o scadenze lavorative in modo frequente o  avere difficoltà a ricordare quanto letto o ascoltato sono segnali da non trascurare. In occasione della settimana mondiale del cervello dal 12 al 18 marzo  2018 puoi effettuare presso il  nostro centro un check-up gratuito per approfondire il funzionamento della tua memoria. Durante l’incontro esploreremo il funzionamento della tua memoria e ti indicheremo il miglior percorso per raggiungere il tuo benessere. Necessario appuntamento telefonico allo 011/6980543 Evento​ realizzato​ ​in​ ​occasione​ ​della Settimana​ ​Mondiale​ ​del​ ​Cervello​, ​in​ ​collaborazione​ ​con Hafricah.NET,​ ​partner​ ​ufficiale​​ ​Brain​ ​Awareness​ ​Week.  

Brutta scrittura: pigrizia o disgrafia?

1 Ottobre 2017
Nell’ambito dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, la disgrafia appare come il meno conosciuto, anche se è particolarmente evidente anche a chi non conosce i DSA. Per definizione, la disgrafia è un disturbo specifico della scrittura nella riproduzione di segni alfabetici e numerici: si tratta per cui di una brutta scrittura, che si esplicita sia in italiano che in matematica. La disgrafia può essere associata ad altri disturbi dell’apprendimento, così come può essere l’unico presente in un bambino senza altre difficoltà; l’aspetto peculiare di questa problematica è che, a differenza degli altri disturbi specifici, ha una componente motoria molto importante. La scrittura, infatti, è una prassia, ovvero un azione su un oggetto, che necessita di tantissimi prerequisiti legati ad aspetti motori, oltre a quelli linguistici e cognitivi. Tra questi ci sono: Competenza posturale: per scrivere in maniera adeguata devo riuscire a mantenere una postura a lungo, senza che mi provochi fastidio o dolore. Motricità fine: per compiere un gesto così piccolo e preciso con uno strumento devo essere in grado di gestire i movimenti della mano. Oculomotricità e coordinazione occhio-mano: i miei occhi devono essere in grado di muoversi bene e al passo con la mia mano. Lateralità e organizzazione spaziale: la gestione dello spazio-foglio richiede che io sia in grado di trovare i punti di riferimento all’interno di esso. Organizzazione temporale: come in tutte le prassie complesse c’è una sequenza di azioni da portare a termine per avere un risultato; la scrittura, inoltre, è caratterizzato da un ritmo, che deve essere il più possibile regolare. Un ritardo nello sviluppo di queste competenze comporta una difficoltà nella scrittura. Non dimentichiamoci, infatti, che i bambini prima di parlare si muovono: l’apprendimento delle sequenze, delle leggi della fisica che regolano lo spazio e il tempo, avvengono tramite il movimento, ed è solo dopo che a questi concetti viene dato un nome e vengono organizzati nelle strutture cognitive. Un gesto grafomotorio non ben organizzato può quindi compromettere le abilità di scrittura di un bambino senza altre difficoltà. Molto rilevante nella disgrafia è la possibilità che sia derivata da un disturbo più generale della coordinazione, che va a rendere deficitario anche l’atto grafomotorio. Va inoltre tenuto in considerazione che la disgrafia, essendo un problema motorio, ha ripercussioni non solo sulla scrittura, ma anche nel disegno, nella geometria, nel calcolo in colonna, soprattutto se associato a difficoltà visuo-spaziali, frequenti nei bambini con difficoltà di apprendimento. Come si individua un bambino disgrafico? Ecco i campanelli d’allarme: Brutta scrittura, faticosa da leggere (in particolare in corsivo), con scarso rispetto delle righe e dei margini. Presenza di dolore durante la scrittura, dato dalla postura, da una brutta impugnatura e/o da una regolazione tonica non adeguata: quando un bambino ha male c’è sicuramente qualcosa da correggere. Una scrittura molto bella ma lenta. Quello che manca al bambino disgrafico è l’automatizzazione del gesto grafomotorio: scrivere bene comporta enorme impegno e fatica, per cui risulta lento, e quando è ormai stanco la scrittura peggiorerà. In generale l’affaticabilità è un problema importante: per compensare
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