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Il conflitto nella relazione di coppia

30 agosto 2017
Ero così tanto incavolata che me ne sono andata sbattendo la porta… Non capisce mai quello che intendo dire…. Vuole avere sempre ragione lei… E’ sempre lui ad attaccare briga a me non va di litigare….. Ha sempre da ridire su ogni cosa……. A chi non è capitato, almeno una volta, di litigare con il proprio partner e di essersi sentito non compreso, non ascoltato, non riconosciuto? Le relazioni di coppia rappresentano un baricentro importante della vita affettiva delle persone e quando non funzionano comportano effetti negativi sulla salute e sul benessere del singolo e della coppia. Numerose ricerche infatti dimostrano che una relazione di coppia disfunzionale è un fattore di rischio per la salute. Solitamente si pensa che una coppia funziona quando non litiga, quando tra i partner c’è accordo. In realtà una relazione apparentemente priva di conflitti può essere più malsana di una con conflitti frequenti ma la questione non è, tanto “Litigare sì o Litigare no”, quanto imparare a stare nel conflitto e a trasformarlo in occasione di conoscenza di se stessi e dell’altro. Nella mia esperienza professionale rintraccio sempre più una difficoltà ad affrontare un conflitto e una maggiore facilità a ignorarlo o evitarlo. Ciò accade perché si è spaventati dal malessere e dalla sofferenza che un conflitto può provocare e anche perché in situazioni conflittuali non sappiamo cosa fare, come affrontarle, come gestirle. Un conflitto ignorato e/o evitato non si risolve da solo, anzi se non viene affrontato è probabile che si ripresenti in modo ancora più acceso, creando ulteriori difficoltà relazionali. Affrontare un conflitto diventa quindi una competenza fondamentale per leggere meglio se stessi, per osservare quelle parti di sé che non si conoscono e per instaurare relazioni sane. Tale competenza può essere sviluppata. Vediamo in che modo. Innanzitutto è opportuno aumentare la consapevolezza di cosa è il conflitto. Ognuno di noi possiede una rappresentazione mentale del litigio e questa influenza fortemente la modalità di porsi nel conflitto. Tale rappresentazione è legata in parte, alla propria storia personale cioè a come da piccoli abbiamo sperimentato le situazioni conflittuali, in parte alla cultura in cui siamo inseriti dove il termine conflitto evoca concetti e immagini sgradevoli e rimanda principalmente allo scontro, al contendere, all’aggressività, alla violenza. Veniamo inoltre educati a non litigare e da adulti sviluppiamo l’idea che “o si ha ragione o si ha torto” e di conseguenza che “o si vince o si perde”.  In realtà il conflitto è una componente fisiologica delle relazioni umane, esso ne fa parte per il semplice fatto che viviamo continuamente a contatto con gli altri e la vicinanza fisica e l’interdipendenza sono fattori che possono favorire l’insorgere di conflitti. Infatti, le differenze di interessi, bisogni, valori danno luogo ad un problema a cui si associa un disagio emotivo. Il conflitto è quindi costituito principalmente da due componenti: il problema e il disagio emotivo. Quando un conflitto nasce, spesso su un oggetto esterno alla relazione (problema), porta con sé una parte emotiva per lo più inconsapevole, a volte

Tu chiamale se vuoi emozioni

22 luglio 2017
Sono solo emozioni?   Ho fatto un patto sai con le mie emozioni, le lascio vivere e loro non mi fanno fuori” Vasco Rossi     Quando penso alle emozioni mi viene in mente la tavolozza di un pittore e immagino che gioia, rabbia, tristezza, paura siano i colori con cui dipingere la nostra esistenza. Credo, infatti, che come un pittore sceglie i colori per dipingere il proprio quadro, così possiamo riconoscere ed esprimere le nostre emozioni e rendere la vita sana e gioiosa. Le emozioni dette anche affetti, sentimenti, vissuti hanno un ruolo centrale nella nostra vita: influenzano la percezione che abbiamo di noi stessi, i rapporti che instauriamo con gli altri e il nostro stato di salute. Si tratta di un fenomeno multi componenziale e adattivo che coinvolge diversi livelli di funzionamento (neurologico, psicologico, cognitivo e motivazionale). Nel mio lavoro sempre più persone hanno difficoltà a gestire le emozioni, cioè a riconoscerle ed esprimerle. “Se un’emozione ti cambia anche il nome tu dalle ragione” dice il verso di una canzone di P. Turci proprio a sottolineare come lo stato emotivo che sentiamo influenza fortemente il modo di percepire noi stessi nel corso della vita. Tale percezione non è isolata ma è strettamente legata al contesto in cui ci troviamo. Quando proviamo una emozione gli altri infatti sono presenti sia fisicamente che come rappresentazione mentale e hanno un ruolo rilevante. Sentirci felici piuttosto che arrabbiati o tristi può essere influenzato dai rapporti che stiamo attualmente vivendo o che abbiamo vissuto in passato e può influenzare il nostro rapporto di vicinanza-lontananza dagli altri. Basti pensare che “la felicità predispone all’espressione di affetto, l’amore sollecita la vicinanza fisica e mentale con il partner, la tristezza attiva la ricerca d’aiuto, la rabbia e la paura spingono ad allontanarsi dall’altro” (Pennella 2015). Attualmente inoltre l’emotività è ancora vissuta come sinonimo di debolezza e di fragilità. La nostra società mitizza l’espressione delle emozioni a fronte di una valorizzazione della razionalità. Ognuno di noi ha la capacità di gestire i propri stati emotivi ma spesso agiamo in modo inconsapevole, non utilizziamo le strategie più appropriate e lasciamo alla parte emotiva il timone della nostra vita. Numerose ricerche hanno dimostrato una correlazione tra l’incapacità a gestire le emozioni e il nostro stato di salute (pensiamo ai numerosi disturbi psicosomatici o ai disturbi cardiovascolari). La gestione emotiva è la capacità di riconoscere, denominare e governare le proprie emozioni nella relazione con gli altri. Per imparare a gestire un’emozione dobbiamo innanzitutto acquisire la capacità di riconoscere i segnali che arrivano dal nostro corpo. Le emozioni infatti hanno una base fisiologica che coinvolge il sistema nervoso centrale, autonomo e endocrino. Pensiamo ad esempio alla paura: quando avvertiamo un pericolo, il sangue fluisce verso i muscoli delle gambe, mentre il volto è meno irrorato e diventa pallido, ciò consente di fuggire e quindi di proteggerci dal pericolo. Il corpo è quindi un buon alleato per riconoscere le emozioni; più siamo consapevoli dei segnali corporei maggiore sarà la comprensione di quello

Quando le emozioni diventano cibo

21 luglio 2017
Quando le emozioni diventano cibo  Come riconoscere la fame emotiva La fame emotiva (Emozional Eating), detta anche più comunemente fame nervosa, è uno dei principali fattori del fallimento di una dieta. Essa si riscontra sia in persone in sovrappeso che in persone normopeso. Nelle prime diventa un ostacolo al raggiungimento del peso desiderato spingendo, il più delle volte, all’abbandono della dieta. Nelle seconde può intervenire comportando il salto dei pasti o la loro riduzione, modalità disfunzionali sia per il mantenimento del peso corporeo che per la tutela della propria salute psico-fisica. In entrambi i casi l’utilizzo del cibo è legato alle emozioni che si provano inconsapevolmente, che non si riesce ad esprimere e per questo vengono “ingurgitate”. Diversi studi dimostrano che in queste persone sono presenti problemi di bassa tolleranza alle emozioni, difficoltà a riconoscere e gestire in modo adeguato alcuni stati emotivi (es. la rabbia), una scarsa autostima e una scarsa percezione del proprio corpo. Tra le persone che mangiano in modo emotivo si riscontrano quelle consapevoli ma che non riescono a cambiare la loro modalità di gestire le emozioni e quelle non consapevoli che attribuiscono la difficoltà di alimentarsi in modo corretto a fattori esterni più che a se stessi e alla loro capacità di gestire le emozioni.   Ma cos’ è la fame emotiva? La fame emotiva, così come viene descritta da alcuni pazienti, è “quella morsa che arriva allo stomaco, quel buco nero che si apre all’improvviso, quella voglia smisurata che si avverte nella bocca, nella gola” che spinge inconsapevolmente verso il frigorifero, le dispense o addirittura ad andare al supermercato, per soddisfare il bisogno impellente di cibo. Diversamente dalla fame fisica, che sopraggiunge quando l’organismo ha esaurito i nutrienti e le energie necessarie per vivere, quella emotiva arriva all’improvviso spingendo a consumare, a volte anche in modo vorace, il pacco di biscotti, il barattolo di nutella, la vaschetta di gelato, deve essere soddisfatta nell’immediato e non è accompagnata da un senso di sazietà. Infatti anche dopo aver raggiunto un senso di pienezza fisica la fame emotiva non viene percepita come soddisfatta e per di più alimenta sentimenti di colpa e vergogna. Insomma essa avviene sull’onda delle emozioni e non per la soddisfazione di un bisogno fisiologico. In queste situazioni il nostro organismo diventa un contenitore da riempire e la sensazione è che non si riesce a riempirlo completamente e a sentirsi appagati e/o soddisfatti. Il cibo diventa una forma di comfort che consola, conforta, che ricorda momenti del passato e aiuta momentaneamente a gestire situazioni difficili. Perché sopraggiunge? La molla della fame emotiva scatta in modo inconsapevole sia per banali seccature quotidiane sia per stati di ansia dettati da fattori diversi preoccupazioni, insoddisfazioni, solitudine, inadeguatezza, noia, rabbia, tristezza. Spesso capita di aver avuto un litigio con il partner o una frustrazione a lavoro o semplicemente si è in un momento di forte stress che impedisce di cogliere esattamente quello che accade e cosa si prova e ciò viene modulato attraverso il cibo. Inoltre il mangiare

Mio figlio è sempre in movimento! L’importanza dei giochi motori

14 maggio 2015
“Mio figlio è sempre in movimento! Anche se facciamo una passeggiata lo vedi salire su un muretto e poi di colpo saltar giù, raggiungere di corsa una panchina, camminare all’indietro, saltellare”. La parole che avete appena letto, sicuramente, se siete genitori, vi sembreranno familiari se non addirittura proprio le vostre! Più volte ci si lamenta della vivacità dei propri figli e spesso la si confonde anche con problematiche dello sviluppo come l’iperattività. Perciò è utile, per il genitore, conoscere quali sono i comportamenti e le modalità di gioco dei bambini che rientrano in un profilo di normalità. Fin dai primi mesi di vita i bambini fanno giochi di movimento associati a esperienze cognitive e sociali oltre che meramente fisiche: osservano, toccano, esplorano, si costruiscono mappe mentali di riferimento che li aiutano a riconoscere gli spazi in cui vivono, a progettare azioni per raggiungere degli oggetti desiderati, operano un transfert da una competenza motoria ad un’altra. Inoltre imparano ad esprimersi, a comunicare e a posizionarsi nel mondo dei coetanei. Come i giochi simbolici (ad esempio: “giocare a fare la maestra”) anche i giochi motori hanno un ruolo importante nel preparare il bambino ad entrare nel contesto sociale e ne influenzano la sua identità. Nel momento in cui i bambini giocano insieme in modo spontaneo e non strutturato da un adulto, cercano di mostrare all’altro la propria identità attraverso la propria postura, movimenti, gesti. Questa “identità del corpo” può essere confermata dal gruppo dei pari oppure può essere messa in crisi. Impegnato a costruire l’immagine di sè il bambino ben presto comprende l’importanza che ha il mostrarsi agli altri in un certo modo, attraverso movimenti, gesti e abilità. Per questa ragione i bambini si divertono a fare giochi che si basano sull’alterazione di una qualche forma di equilibrio: si pensi alla giostra, ai salti, agli spintono, agli sgambetti. In tutte queste attività c’è senz’altro il piacere del movimento per il movimento ma c’è anche l’esigenza di posizionarsi rispetto ai compagni mostrando di padroneggiare una serie di abilità motorie. In questa categoria di giochi rientrano anche quelli un pò più turbolenti in cui i bambini si inseguono, lottano o si colpiscono. Questi giochi possono essere considerati manifestazioni di aggressività ma in realtà sono solo imitazioni di comportamenti aggressivi. I bambini, infatti, usano espressioni come “giochiamo alla lotta” o “facciamo finta…” con cui rivelano la loro intenzione di divertirsi e non di far del male all’altro. Grazie a questi giochi i bambini sperimentano la propria forza e capiscono fin dove ci si può spingere senza creare danno ne a sè stessi e nè agli altri. il gioco con il gruppo dei pari insegna al bambino la reciprocità, la sollecitudine, la cooperazione e, inoltre, lo aiuta ad assumersi la responsabilità dei propri comportamenti. Per queste ragioni è giusto considerare che un bambino che si muove vivacemente, esplora l’ambiente, sperimenta il proprio corpo nello spazio è un bambino che attraverso il gioco impara a vivere.

Bambini sedentari….quale alimentazione?

14 maggio 2015
I bambini sedentari sono spesso svogliati, si annoiano praticamente subito e rimangono per ore davanti la TV, a giocare con i videogames, o sotto l’ombrellone a leggere o a guardare le immagini di giornalini e libri, ascoltano la musica ecc. Rinunciano a qualsiasi cosa si proponga loro, proprio per abitudine a non far niente, in questo modo hanno una scarsa competenza nell’uso del corpo, e solitamente crescono di più sotto il profilo intellettuale. A volte questo fenomeno di sedentarietà è solo uno schema che seguono per imitazione della famiglia, nel senso che magari nell’ambiente in cui il bambino vive si è abituati a muoversi poco, a stare tanto davanti alla tv con popcorn e bibite, pochi giri all’aperto e rarissime passeggiate. Ma come bisogna aiutare questi bambini pigri? Occorre che i genitori si adeguino ai loro ritmi, rispettando i loro tempi e mostrando interesse per quello che fanno, occorre far capire che ci si può divertire in movimento. Nei bambini sedentari è opportuno correggere anche abitudini alimentari scorrette, ridurre l’apporto proteico, dei grassi, e dei carboidrati, evitare l’uso di bevande zuccherine, snack dolci e salati, incrementare l’apporto di frutta, verdura e cereali. La correzione di queste abitudini potrà far si che il bambino non aumenti di peso in futuro fino a diventare obeso con conseguenze che se non curate diventeranno gravi nel tempo.

Cosa far mangiare ad un bimbo sportivo?

14 maggio 2015
Una attenzione particolare deve essere dedicata alla alimentazione del bambino che pratica sport regolarmente negli anni dell’infanzia cioè in quegli anni di massima crescita. In Italia la cultura della attività fisica è molto sentita e i bambini intorno ai 5-6 anni di età cominciano una attività motoria strutturata che va a sostituire quella libera sino ad allora condotta. Gli sport che attualmente sono più praticati dai bambini sono il calcio per i maschi, il nuoto per entrambi i sessi, e la pallavolo e la danza per le femmine. Lo sport del calcio, come quello del nuoto, quando sostenuti da una forte motivazione, molto presto diventano impegnativi con allenamenti settimanali e la gara la domenica o veri e propri campionati invernali. Il bambino che pratica assiduamente sport necessita di una dieta molto attenta, sempre bilanciata e completa di tutti gli alimenti. In primo luogo l’apporto proteico deve essere aumentato mediante carni, latte, uova, e legumi, insieme a dosi cospicue di frutta e verdure. Con un aumento dei carboidrati complessi otterremo infine un aumento delle calorie totali fino a 500 Kg/cal/die in più. Prima dell’allenamento è necessaria una merenda dolce di facile assimilazione e capace di dare energia per lo sforzo fisico. L’integrazione poi dei sali minerali persi con il sudore è molto raccomandata dopo lo sforzo fisico mediante l’assunzione di bevande saline. Diversa sono le prescrizioni dietologiche per le femmine che praticano sport non agonistici. Le attività motorie come la danza e la pallavolo sono sport più “leggeri” e se non praticati a livelli agonistici non necessitano di una alimentazione maggiorata nè di un aumento apporto calorico. Le femmine in linea di massima non tendono ad accrescere la loro struttura muscolare come invece accade ai maschi sportivi, per cui lo sport per il sesso femminile così praticato servirà a contenere la tendenza ai depositi di adipe (tendenza già presente nelle bambine sin da piccole) e ad una crescita muscolo-scheletrica ottimale. La distribuzione dei pasti e degli alimenti devono variare anche in base all’orario dell’allenamento, della gara. Se gli allenamenti sono nel primo pomeriggio sarà opportuno ridurre la quota calorica del pranzo al 25%, aumentando quella della colazione (20-25%) e degli spuntini (10-15%). Per chi effettua gli allenamenti nel tardo pomeriggio o nelle ore serali si consiglia di aumentare la quota calorica la prima colazione (20-25%) e di ridurre quella della cena (25-30%). La prima colazione dovrebbe prevedere latte o yogurt, con cereali o fette biscottate o pane o biscotti e frutta o spremuta di frutta o marmellata. Si raccomanda di non esagerare nel consumo di cibi troppo ricchi di calorie, lipidi e zuccheri ad alto indice glicemico. Nel giorno della gara Regola del 3: l’ultimo pasto completo dovrebbe essere consumato 3 ore prima della gara ed essere leggero, digeribile e fornire l’energia necessaria alla competizione. La digeribilità dei cibi è influenzata da diversi fattori quali: masticazione, natura dei cibi, presenza e quantità dei succhi digestivi, temperatura degli alimenti. Se la competizione supera le due ore di durata è previsto uno spuntino

La nanna, che incubo!

5 maggio 2015
I disturbi del sonno riguardano un bambino su tre, sono fonte di disagio per i genitori perchè spesso si  ripercuotono  sul contesto relazionale nella vita quotidiana e sul benessere generale della famiglia. Ecco alcuni dei più comuni disturbi e dei piccoli consigli per affrontarli con serenità. LA RESISTENZA AL SONNO. Generalmente dopo i 2 anni può capitare che il bambino rifiuti di andare a letto e di dormire facendo mille richieste, domande, pianti. In questo caso il piccolo manifesta la difficoltà a separarsi dai genitori. Infatti il sonno è visto come qualcosa di estraneo che lo allontana da mamma e papà. Si consiglia di creare una routine per il sonno, non rigida, ma prevedibile. E’ importante fare tutto con calma senza stress e premiarlo se è stato tranquillo nella sua cameretta durante la notte. RISVEGLIO PRECOCE. In alcuni casi il bambino si sveglia molto presto e sveglia tutta la famiglia. In questo caso è probabile che il piccolo abbia dormito un numero sufficiente di ore. Se il bimbo è piccolo è bene cercare di lasciarlo nel lettino con i suoi giochi abituali e se piange si consiglia di rassicurarlo della presenza di mamma e papà, standogli vicino, ma senza alzarlo dal letto. Se ha già 4-5 anni è possibile stabilire  delle regole per cui non può allontanarsi dalla sua stanza e può giocare da solo fino al momento della colazione, ricordandosi di premiare il piccolo se riesce a stare a queste regole. Infine si consiglia di ridurre il tempo del sonnellino pomeridiano e ritardare l’ora della nanna  la sera. SVEGLIE NOTTURNE (INSONNIA). Circa il 10-15% dei bambini si sveglia ripetutamente nel corso della notte. Spesso le cause sono da ricondurre a problemi di alimentazione, ansia da separazione, genitori troppo oppressivi ed incombenti, oppure il bambino percepisce un tornaconto al suo pianto ( giocare, stare in braccio.. ), infine può essere un meccanismo generato dall’abitudine di allattare il piccolo di notte per farlo dormire. E’ bene quindi innanzitutto eliminare gradualmente i pasti notturni. Si consiglia di fare addormentare il bambino nel lettino, eventualmente in vostra presenza ma non in braccio. Se piange per angoscia (in particolare per l’ansia da separazione che si manifesta generalmente tra i 6 mesi e i 2 anni), si può stare vicino al piccolo, con una mano sul suo corpo, parlandogli inizialmente per poi rimanere accanto a lui in silenzio. Si consiglia anche di offrire al bambino un oggetto consolatorio con il quale si possa sentire sicuro. Durante il giorno è bene dedicare al bambino piccole attenzioni e tante coccole e giocare con lui a sparire improvvisamente e ricomparire poco dopo. INCUBI E TERRORI NOTTURNI (PAVOR NOCTURNUS). I terrori notturni sono episodi (5 / 15 minuti) di paura intensa che generalmente si manifestano nelle prime ore di sonno;  il bambino è spaventato ma non è cosciente, non si sveglia, non ricorda nulla il giorno dopo. Gli incubi sono fenomeni analoghi, durante i quali il bambino si sveglia e piange. Il mattino il bimbo ricorda il sogno spaventoso.

Separati in casa per il bene dei figli

5 maggio 2015
E` possibile vivere tutti insieme, sotto lo stesso tetto, per il bene dei figli? Negli ultimi anni di lavoro mi capita sempre più frequentemente di essere contattata da coppie giovani in crisi. È vero che la relazione di coppia è molto difficile da gestire ma forse alcune unioni sono minate sin dal loro nascere.  A volte l’idea di andare a vivere insieme o di sposarsi sopravviene per senso del dovere, o perché richiesto dalla cultura in cui si vive, o perché si ha necessità di un cambiamento e non per una reale desiderio di chi andrà a costituire una nuova famiglia. Per tale ragione sempre più neo famiglie vivono crisi e avendo figli ancora piccoli (3-6 anni) non sanno se portare avanti la decisione di separarsi o proseguire in quella che dovrebbe essere una civile convivenza. Ma questo è davvero possibile? Si riesce a stare sotto lo stesso tetto, dentro lo stesso letto e far finta di niente? E soprattutto: i figli crederanno a questa bugia? Per loro sarà un bene? Purtroppo i bambini hanno un dono che spesso molti adulti perdono con la crescita: l’empatia. Loro non sanno spiegare come ci riescono ma sanno dire per certo se mamma e  papà sono felici o tristi. A loro non servono le parole, basta uno sguardo, l’assenza di un sorriso, gli occhi lucidi.  I figli leggono i propri genitori come se fossero libri stampati e come se loro fossero dei formidabili lettori. È vero che la separazione non è una scelta facile e felice ma è anche vero che far finta di niente e cercare di mentire a sé stessi e agli altri non è una soluzione che fa star bene. Stare insieme “per forza” crea un clima familiare teso e conflittuale anche quando non ci sono comportamenti espliciti da parte degli adulti (litigi, insulti,…). I bambini respirano le tensioni e le riportano negli ambienti che frequentano (scuola, gruppo dei pari,…) mettendo in atto atteggiamenti aggressivi, oppure mostrando disattenzione e apatia rispetto alle attività che vengono loro  proposte. Per cui una separazione consensuale affrontata in modo civile consente ai bambini di immaginare una vita in cui è possibile fare dei cambiamenti anche se questi sono faticosi e creano una sofferenza momentanea. Le reazioni che i bambini possono avere riguardo alla separazione dipendono molto da come i genitori gliene parleranno e da come organizzeranno praticamente i cambiamenti. La coppia dovrà avere ben chiaro che la separazione riguarda solo l’aspetto coniugale e che la coppia genitoriale dovrà rimanere ben  salda: sarà necessario avere gli stessi obiettivi educativi e bisognerà adottare strategie e modalità simili per raggiungerli. Se mamma e papà saranno d’accordo nelle scelte i bambini non avranno confusione, non mostreranno ansie particolari e riusciranno ad affrontare il cambiamento senza grossi traumi. Di certo piangeranno e cercheranno di fare da pacieri tra mamma e papà, spereranno in una loro riappacificazione ma se gli adulti saranno coerenti e pacati i bambini accetteranno pian piano la nuova situazione che si va delineando. Per cui gli

Pronti per il vasino?

5 maggio 2015
Il passaggio dal pannolino al vasino è una tappa fondamentale nello sviluppo del bambino e nell’affermazione della sua autonomia. Come ognuna delle più importanti fasi della crescita del bimbo, questo momento di transizione è molto delicato e deve essere affrontato aiutando il piccolo a viverlo serenamente senza trasformarlo in un incubo. Dal punto di vista fisiologico il bambino inizia a poter controllare gli sfinteri non prima dei 18-24 mesi e ne raggiunge il controllo diurno e notturno intorno ai 4. Ovviamente è da sottolineare che non esistono regole precise e che ogni piccolo affronta le novità con tempistiche e modalità differenti. Quindi l’unica regola da tenere a mente è che il vasino deve essere proposto senza stress, rispettando la fisiologia e i tempi di ciascun bimbo. I segnali per capire se il bambino può essere pronto per la “prova” del vasino sono semplici: riconosce lo stimolo della pipì e della popò e lo sa comunicare (anche solo toccandosi il pannolino); sembra mostrare interesse per il bagno o per il vasino; è in grado di seguire alcune istruzioni che riceve; è capace di abbassare da solo pantaloni e mutandine. Una volta verificato che il bimbo è pronto ad affrontare il cambiamento, è bene individuare il periodo migliore per iniziare il passaggio dal pannolino al vasino. L’estate può essere il momento più idoneo, più che altro perché la stagione consente di vestire meno il bambino, che sarà quindi meno impedito nei movimenti, e la mamma avrà meno lavatrici da fare in caso di probabili incidenti. Inizialmente è di certo importante coinvolgere il piccolo spiegandogli che anche mamma e papà usano un vasino…grande. Sarà poi il momento della scelta del vasino, possibilmente con una forma o dei colori simpatici che attirino l’attenzione del piccolo e che aiutino ad identificare l’oggetto come suo. Può essere utile lasciare il vasino alla portata del bambino, consentendogli di giocarci e di prendere confidenza con il nuovo oggetto. Il piccolo all’inizio potrà stare diversi minuti seduto sul vasino senza fare nulla. E’ bene comunque gratificare il piccolo quando utilizza il vasino e insegnargli fin sa subito l’importanza di asciugarsi bene una volta finito e di lavarsi le manine. In caso di piccoli incidenti (assolutamente nella norma) non bisogna sgridare il bambino ma è meglio rassicurarlo e incoraggiandolo per il prossimo tentativo, senza creargli alcuna ansia. E’ consigliabile tenere a portata di mano molti indumenti e mutandine di ricambio. Una volta tolto definitivamente il pannolino di giorno si può provare ad eliminarlo anche di notte (generalmente verso i 3-4 anni), spiegando al bimbo che se avverte lo stimolo può farla nel vasino. Prima di togliere il pannolino al bambino anche di notte è meglio essere sicuri che il piccolo sia pronto e verificare che il pannolino resti asciutto per diverse notti di fila. Per agevolarlo può essere utile lasciare il vasino vicino al suo letto e lasciare accesa una piccola luce.
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